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Carbone più forte della politica: in Europa i consumi corrono…

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energia e clima

Carbone più forte della politica: in Europa i consumi corrono (anche con prezzi record)

(Agf creative)
(Agf creative)

A parole tutti (o quasi) se ne vogliono liberare al più presto. Eppure il carbone in Europa non solo è ancora vivo e vegeto, ma i consumi nella generazione elettrica sono così forti che il prezzo per la prima volta da sei anni è tornato a superare la soglia dei 100 dollari per tonnellata.

Nemmeno lo straordinario rally dei permessi per l’emissione di anidride carbonica – triplicati di valore quest’anno e volati sopra 21 euro per tonnellata, un record dal 2008 – ha scoraggiato l’impiego del più inquinante tra i combustibili.

In barba a tutte le ambizioni di phase-out sbandierate nel Vecchio continente, le centrali a carbone non solo rimangono in attività, ma il loro funzionamento potrebbe addirittura accelerare andando verso l’inverno. Anche il gas infatti è rincarato moltissimo, in tutti gli hub europei. E se le dinamiche sul mercato non cambieranno, il cosiddetto «switching» rischia di avvenire al contrario: in parole povere, ci sarà più elettricità generata dal carbone e meno dal gas, piuttosto che viceversa, come sarebbe auspicabile per l’ambiente.

Il fenomeno è già osservabile in Germania – dove si produce “in casa” e si brucia molta lignite, scadente, superinquinante ma economica – e secondo gli analisti di S&P Global Platts si sta estendendo anche alla Gran Bretagna, Paese che invece è stato celebrato come il più virtuoso in Europa nel processo per l’eliminazione del carbone.

Le miniere britanniche ormai hanno tutte chiuso i battenti (anche se per motivi economici, più che ecologici) e ad aprile dell’anno scorso Londra ha festeggiato il suo primo giorno elettrico «coal free», un evento che da allora – grazie alle rinnovabili, ma anche al gas e all’energia nucleare – si è ripetuto con frequenza crescente.

Oggi come oggi, tuttavia, la generazione da carbone in Gran Bretagna sta accelerando, perché i margini – anche nelle centrali meno efficienti – stanno diventando più appetibili di quelli delle migliori centrali a gas. L’andamento del mercato forward suggerisce che il vantaggio con l’arrivo dell’inverno dovrebbe crescere.

La situazione in Europa è insieme paradossale ed emblematica, in quanto avviene proprio nel continente che a livello globale ha assunto la guida della battaglia contro il cambiamento climatico.

Il carbone è responsabile dell’80% delle emissioni di CO2 del settore energetico e secondo gli Accordi di Parigi per riuscire a contenere il riscaldamento della Terra «ben al di sotto di 2° C» bisognerebbe eliminarne del tutto l’impiego entro il 2030 nelle economie avanzate ed entro il 2050 in tutto il mondo. O come minimo, adottare opportuni accorgimenti come il sequestro della CO2, in cui però non si sta investendo abbastanza.

La consapevolezza del problema sta crescendo, anche nei Paesi in via di sviluppo. Centinaia di fondi e istituzioni hanno smesso di finanziare il carbone. Eppure l’addio a questo combustibile – persino nella Ue – si sta rivelando difficilissima.

A livello globale ci si era illusi di essere sulla buona strada. Per tre anni consecutivi, fino al 2016, i consumi e la produzione di carbone erano calati, in gran parte per merito della Cina, che da sola rappresenta oltre metà del mercato mondiale. Nello stesso triennio anche le emissioni di CO2 erano diminuite, sia pure lievemente. Ma l’anno scorso la tendenza si è di nuovo invertita.

Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) i consumi globali di carbone nel 2017 sono risaliti dell’1%, anche se a trainare la ripresa sono stati solo i Paesi emergenti e in particolare l’India, che dal 2015 è diventata il secondo consumatore al mondo, scavalcando gli Usa.

Nell’area Ocse i consumi si sono ridotti ulteriormente, benché solo dello 0,6%, attestandosi a 1.257,4 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (Mtce):  il minimo dal 1979 e il 24,4% in meno rispetto al picco del 2007.

Grazie alla risalita dei prezzi – che non ha riguardato soltanto il mercato europeo – anche le minerarie hanno rialzato la testa, aumentando del 3,1% le estrazioni, a 7,549 miliardi di tonnellate.

Un contributo importante è arrivato dagli Usa. Le politiche pro carbone di Donald Trump non sono riuscite ad arrestare il declino dei consumi domestici (scesi a un minimo storico di 473,1 Mtce), ma in compenso la produzione americana, che calava dal 2008, è rimbalzata del 6,3% (a 702,3 milioni di tonn) e l’export è aumentato addirittura del 61% a 88 milioni di tonnellate.

Sotto il profilo ambientale, l’aspetto più inquietante è però l’estrema resilienza del carbone come fonte per la produzione di elettricità e calore: la sua quota nel mix globale, fa notare l’Aie, è ferma da quarant’anni intorno al 40%, nonostante nell’Ocse ci sia stato un crollo impressionante, da un picco del 44,4% nel 1985 al 26,9% odierno.

Anche le rinnovabili hanno fatto passi da gigante. E continueranno a farli, visto che in molte aree del mondo anche senza sussidi sono ormai più convenienti del carbone. Ma nel power mix globale il loro ruolo è tuttora marginale: al netto dell’energia idroelettrica, la quota era del 7,5% nel 2016, sempre secondo l’Aie (nel 1990 contavano solo per l’1,4%).

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