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Mercati emergenti, perché le vecchie ricette del Fmi non bastano…

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Mercati emergenti, perché le vecchie ricette del Fmi non bastano più

Se la situazione non fosse così drammatica, verrebbe da sorridere all’affermazione del presidente argentino Mauricio Macri, secondo cui la crisi attuale «non può essere una crisi come un’altra. Deve essere l’ultima». In realtà, negli ultimi quarant’anni, i mercati emergenti, Argentina in primis, sono stati spesso, a ondate successive, il teatro di crisi come quella in corso nel Paese sudamericano e in Turchia. E non c’è niente che faccia pensare che questa possa essere l’ultima. Anzi, le somiglianze con gli anni Novanta, in particolare, sono evidenti: l’inizio di un ciclo di aumenti dei tassi d’interesse negli Stati Uniti, il rialzo del dollaro, le prime difficoltà di Paesi il cui debito è denominato in larga parte nella valuta Usa, qualche errore dei Governi, il crollo della fiducia degli investitori internazionali, la crisi conclamata. Secondo molti economisti, il parallelo è particolarmente significativo con il 1994, quando la Federal Reserve diede inizio a un ciclo di rialzi che finì per destabilizzare quasi tutti gli emergenti.

Finora, la Turchia, il primo Paese coinvolto dalle turbolenze, e l’Argentina hanno scelto di rispondere in modo diametralmente opposto. Ankara sfidando l’interpretazione più convenzionale della crisi, evitando di prendere contromisure, Buenos Aires sposando la ricetta più classica del ricorso al Fondo monetario, con il brusco aumento dei tassi d’interesse e l’adozione di una severa austerità fiscale compresi aumenti di tasse sui settori più produttivi (gli esportatori agricoli). Nessuna delle due opzioni è una garanzia di successo.

Lo shock che ha investito i Paesi emergenti ha tre fattori, secondo Ottaviano Canuto, direttore esecutivo della Banca mondiale, in un articolo per la think tank londinese Omfif: l’ascesa del dollaro, la politica, i rischi sul commercio internazionale. Se il secondo fattore potrebbe colpire Messico e Brasile, in virtù del cambio di Governo già in vista nel primo e dopo le elezioni di ottobre nel secondo, e il terzo, per le tensioni Usa-Cina, potrebbe coinvolgere soprattutto i Paesi asiatici, Argentina e Turchia sono state travolte anzi tutto dal dollaro forte, in presenza di un ampio deficit delle partite correnti e di un’altissima percentuale di debito denominato in dollari, che le hanno rese estremamente vulnerabili al cambiamento di umore degli investitori globali.

I rispettivi Governi, Ankara scegliendo una linea antagonista nei confronti della comunità internazionale, Buenos Aires ammorbidendo gli obiettivi di inflazione, ci hanno messo del loro.

In attesa di scoprire le imprevedibili decisioni del Governo Erdogan, sotto i riflettori è soprattutto la scelta dell’Argentina di sposare la linea Fmi, tuttora considerato una bestia nera dall’opinione pubblica nazionale che lo accusa di aver staccato la spina nel 2001 provocando la peggior crisi economica di sempre. Il rialzo dei tassi d’interesse al 60% non ha avuto finora l’effetto sperato di bloccare la svalutazione del cambio, che a sua volta peggiorerà l’inflazione. Ma l’aspetto più controverso del pacchetto annunciato e poi modificato in questi giorni è la riduzione del deficit primario (esclusi gli interessi) dal 2,6% previsto per quest’anno a zero l’anno prossimo. L’1% dell’aggiustamento viene da nuove tasse sull’export, il resto da tagli a spese e sussidi. «È una strategia non priva di rischi – sostiene Mario Mesquita, capo economista della banca brasiliana Itaù – data la correlazione negativa fra l’aggiustamento dei conti e la popolarità del Governo in un anno elettorale».

In un simile contesto a rischiare è anche il Fondo monetario, che potrebbe trovarsi risucchiato nello stesso ruolo di principale imputato che ha avuto per decenni e dal quale ha cercato di districarsi negli ultimi anni, soprattutto sotto la direzione di Christine Lagarde. Se la ricetta appare non dissimile da quella del passato, il capo dell’Fmi ha tenuto a presentarla, alla firma del prestito da 50 miliardi di dollari, come frutto di un programma partorito dal Governo argentino e non imposto dall’istituzione di Washington e che comunque dovrà tenere presente «di sforzi per sostenere la parte più vulnerabile della società». È il Fondo monetario “dal volto umano”, che recentemente ha imboccato una strada della revisione dei propri dogmi: ma, alle strette, dopo che il primo annuncio dell’accordo non è riuscito a calmare i mercati, si è ritornati a una stretta fiscale più severa, l’unica parte certa della quale, tra l’altro, è l’aumento delle imposte. L’impatto recessivo è molto probabile. Rispetto al passato, in questo caso l’Fmi si è per lo meno mosso con una rapidità un tempo impensabile e mobilizzando un importo superiore al previsto. Finora non è bastato.

In questo ritorno agli anni Novanta, l’Fmi si trova nuovamente coinvolto in una crisi di tipo tradizionale e nella sua area classica di operazioni, i mercati emergenti, dopo aver dedicato l’ultimo decennio quasi esclusivamente all’Eurozona, un terreno di intervento nel quale secondo molti, sia nell’Europa stessa, sia fra i Paesi emergenti, non avrebbe dovuto avventurarsi e dove, secondo i suoi critici, ha messo a repentaglio la propria credibilità, accettando un ruolo di comprimario rispetto ai partner europei e quasi mai riuscendo a far passare la propria linea.

Lo stesso Fmi punta ora a ritirarsi da questo scacchiere mentre la crisi dell’Argentina sarà il suo primo primo test del “nuovo corso”, dove paradossalmente dovrà confrontarsi con il suo passato.

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