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«Eli Lilly punta sull’Italia: ora aspettiamo le misure concrete…

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intervista

«Eli Lilly punta sull’Italia: ora aspettiamo le misure concrete del governo»


Eli Lilly. Il ceo Dave Ricks
Eli Lilly. Il ceo Dave Ricks

«Da parte nostra c’è disponibilità istituzionale verso l’attuale fase politica. Il governo italiano è naturalmente una incognita. Ma la diffusione dei movimenti populisti è un fenomeno che riguarda tutto il mondo. Dunque, prima di giudicare, preferiamo aspettare le misure concrete. Anche perché c’è differenza fra la real politics e la twitter politics, la politica reale e la politica di twitter. E, questo, vale anche in Italia».

Dave Ricks, 51 anni, è presidente e amministratore delegato di Eli Lilly, una delle maggiori società farmaceutiche e biotecnologiche del capitalismo internazionale. La Eli Lilly – presente in 120 Paesi, 41mila gli addetti (8mila nella Ricerca e Sviluppo) - si sta misurando con due passaggi storici epocali: nei singoli Paesi – come l’Italia - la sostituzione dei partiti novecenteschi con i movimenti di matrice populista e, nel commercio internazionale, la fine ideologica del periodo aureo della globalizzazione e la realizzazione concreta e fattuale degli impulsi neo-protezionistici.

Ricks ha lasciato per qualche giorno Indianapolis, dove si trova il quartier generale di questo gruppo che nel 2017 – operando in aree terapeutiche come il diabete, l’oncologia, le malattie autoimmuni, le malattie neurodegenerative e il dolore - ha fatturato 22,9 miliardi di dollari, con un tasso di crescita del 10%, a fronte di una media di settore del 3 per cento. Lo incontriamo a Roma, poco prima che sia ricevuto dal presidente del consiglio Giuseppe Conte. E, lui, manifesta il pragmatismo della nuova generazione di Ceo americani che, ogni giorno, si deve confrontare con gli stop and go della amministrazione Trump.

«Il nostro impegno nel vostro Paese dura da 59 anni. Negli ultimi dieci anni, abbiamo investito 465 milioni di euro. L’ultima tranche, da 100 milioni di euro, verrà completata entro la fine di quest’anno», dice Ricks. Gli investimenti sono a Sesto Fiorentino. In Toscana – «le amministrazioni locali hanno sempre manifestato disponibilità e sensibilità alle nostre richieste» – la Eli Lilly ha trasformato un impianto obsolescente che rischiava di andare fuori mercato in un impianto ultraefficiente che è diventato il modello industriale e produttivo per tutto il gruppo. «Questa fabbrica – ricorda Ricks – produceva antibiotici. Quindici anni fa è stato deciso di riconvertirla ai farmaci per la cura del diabete. Una specializzazione molto più sofisticata. Nel 2009, è stata inaugurata la nuova fabbrica. La rifocalizzazione è stata condotta con ingenti investimenti materiali e la riqualificazione di tutto il personale, senza una sola ora di cassintegrazione e senza ricorrere alla mobilità. Tutto ciò sta dando risultati eccellenti. La produzione italiana, sotto il profilo dei prodotti e sotto il profilo dei processi, è diventata il benchmark per l’intero nostro manufacturing».

A Sesto Fiorentino si produce insulina da Dna ricombinante, destinata per il 98% all’export. Dieci anni fa la Eli Lilly Italia aveva 531 milioni di euro di ricavi e 1.043 addetti, di cui 370 nella manifattura. Si stima che, nel 2018, il fatturato sarà di 2,3 miliardi di euro, con un valore della produzione pari a 1,9 miliardi di euro. La crescita, rispetto al 2017 quando i ricavi erano stati di 1,45 miliardi di euro, è alimentata dalla realizzazione di una seconda linea di produzione del prodotto di punta per la cura del diabete – il Trulicity – e dall’ampliamento della gamma di prodotti disponibili sul mercato anche nel nostro Paese. Oggi gli addetti sono 1.200, 700 dei quali nella manifattura.

Dunque, la Eli Lilly rappresenta un tassello indispensabile nel mosaico della farmaceutica italiana, che ormai è la prima in Europa. Allo stesso tempo, l’Italia è un tassello indispensabile nel mosaico industriale della Eli Lilly. «Abbiamo acquistato un nuovo terreno – spiega Ricks – e abbiamo elaborato una organizzazione industriale a moduli, che viene adoperata come esempio ogni volta che, come accaduto negli Stati Uniti a Indianapolis o in Cina a Suzhou, decidiamo di fare sorgere un nuovo insediamento. La concentrazione di competenze nel manufacturing di alto profilo è tale, qui in Italia, che quando apriamo una nuova linea produttiva all’estero facciamo partire da Sesto Fiorentino il team di specialisti che segue l’organizzazione e l’ingegnerizzazione del nuovo plant».

Quindi, al di là delle incognite del contesto politico nazionale, la permanenza in Italia di Eli Lilly è strutturata e organica: «Disponiamo di tutte le condizioni per investire ulteriormente a Sesto Fiorentino. Abbiamo 47 nuovi farmaci in pipeline, con due lanci sul mercato all’anno. Le faccio un esempio: due progetti sul diabete sono nella cosiddetta fase tre. Questo per dire che, per Sesto Fiorentino in particolare e per l’Italia in generale, vi sono senz’altro prospettive di lungo periodo».

Il contesto politico internazionale è segnato da una crescente instabilità. Eli Lilly Italia destina il 10% del suo export agli Stati Uniti. Le misure protezionistiche di Donald Trump dovrebbero lasciare intatta l’attività della consociata italiana. La farmaceutica e le biotecnologie non sono l’automotive, che – con sul collo il cappio dei dazi delle automobili europee importate in America – è al centro della guerra commerciale strisciante fra Stati Uniti e Unione europea. «Anzi – sottolinea Ricks – la convergenza delle procedure fra la Fda, la Food and Drugs Administration, e l’Ema, la European Medicines Agency, iniziata quando a Washington c’era Barack Obama, sta procedendo in maniera spedita e dovrebbe concludersi l’anno prossimo. Sarà importante, perché renderà maggiore l’omogeneità regolatoria nel nostro settore industriale e ridurrà gli impedimenti e i pesi al flusso di export da una parte all’altra dell’Atlantico».

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