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Salvi i flussi di petrolio e gas dalla Libia, altri motivi fanno correre i…

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attacco alla compagnia noc

Salvi i flussi di petrolio e gas dalla Libia, altri motivi fanno correre i prezzi dell’energia

Sede della Noc, Tripoli - Libia. (AFP PHOTO / Mahmud TURKIA)
Sede della Noc, Tripoli - Libia. (AFP PHOTO / Mahmud TURKIA)

Nessun contraccolpo per ora sulle forniture di petrolio e gas dalla Libia. Ma l’attacco di ieri a Tripoli contro la sede della compagnia Noc è l’ennesimo campanello d’allarme per i mercati dell’energia, sempre più a rischio di essere travolti da eventi geopolitici.

Il greggio libico, che comprende anche barili di qualità leggera e poco solforosa, è prezioso – soprattutto nel Mediterraneo – per sostituire le forniture iraniane che si stanno assottigliando a causa delle sanzioni Usa contro Teheran.

E anche il gas è importante, benché rappresenti ormai solo una piccola fetta delle importazioni italiane (4,6 miliardi di metri cubi l’anno scorso, il 6,6% del totale): un’eventuale interruzione dei flussi avrebbe conseguenze gravi sui prezzi, che prima ancora dell’arrivo dell’inverno sono già a livelli record in Europa.

La notizia dell’attentato, attribuito all’Isis, è stato accolta in modo tutto sommato tiepido sul mercato petrolifero. Il Brent si è spinto fino a 77,92 dollari al barile (consegna novembre), in rialzo di poco più dell’1%, ma ha poi temperato il rialzo a fine seduta, mentre il Wti per ottobre ha chiuso in ribasso dello 0,3% a 67,54 $, in parte influenzato da altri fattori geopolitici, di segno ribassista, come la minaccia di un’ulteriore escalation nella guerra commerciale tra Usa e Cina – che potrebbe portare Pechino a colpire anche petrolio e Gnl americani – e le manovre diplomatica con cui Washington sta cercando di sostituire i barili iraniani.

Il segretario generale all’Energia Rick Perry ha incontrato il ministro saudita Khalid Al Falih a Washington e giovedì a Mosca vedrà il suo omologo russo Alexandr Novak.

I prezzi del gas hanno invece continuato a correre in Europa, ma non sull’allarme Libia, bensì al traino anche ieri di altre dinamiche, in primis il rally della CO2, che ormai ha assunto una forza impressionante.

Dopo il +8% di venerdì, i permessi Ue per le emissioni di anidride carbonica ieri hanno fatto un ulteriore balzo di quasi il 10%, superando 25 euro per tonnellata. Il gas si è apprezzato per la sesta giornata consecutiva sui principali hub del Vecchio continente, superando 29 €/MWh.

Anche l’elettricità ha proseguito la corsa (o meglio, la rincorsa), con uno strappo particolarmente violento in Italia, che fa sospettare fenomeni speculativi: il PUN è arrivato a sfiorare 90 €/MWh, con un’impennata addirittura sopra 125 € nel pomeriggio.

L’apparente indifferenza alle vicende libiche – in particolare sul mercato del petrolio – dipende probabilmente dal fatto che la grave instabilità del Paese e la volatilità della produzione di idrocarburi sono già da tempo scontati nei prezzi.

È dalla caduta di Gheddafi nel 2011 che la Libia è nel caos, sia pure con fasi alterne di recrudescenza degli scontri. E le estrazioni di petrolio non sono mai più tornate ai livelli dello scorso decennio (1,6 milioni di barili al giorno), né tanto meno ai 3 mbg degli anni ’70, anche se l’output oggi è di nuovo piuttosto elevato, intorno a un milione di bg.

L’attacco al quartier generale della Noc è senza dubbio un forte campanello d’allarme – l’ennesimo – ma non sembra aver avuto impatti né sull’estrazione, né sull’export di idrocarburi.

Le forze di sicurezza del governo di Tripoli sostengono di aver subito ripreso in mano il controllo dell’edificio, uccidendo tutti gli attentatori (dopo che questi avevano provocato due morti e una decina di feriti tra gli impiegati), mentre il presidente della Noc, Mustafa Sanalla, scampato per un soffio, ha rassicurato prontamente sulla continuità operativa.

La compagnia «non si farà condizionare da questo tipo di azioni», ha dichiarato alla Bloomberg il dirigente, una delle rarissime figure che ancora rappresentano unitariamente la Libia, ad esempio alle riunioni dell’Opec. «Continueremo normalmente con il nostro lavoro e con la nostra produzione».

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