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Dossier Una crisi che si potrebbe ripetere per colpa di «pesci, talpe e…

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    Dossier | N. 11 articoliA dieci anni dal crack Lehman Brothers

    Una crisi che si potrebbe ripetere per colpa di «pesci, talpe e aquile»

    (Agf)
    (Agf)

    Cosa ci ha insegnato, o meglio ricordato, il caso Lehman? Che le crisi finanziarie sono un esempio emblematico di esternalità, che può nascere dal mix di tre fattori: in generale i cittadini sono dei pesci rossi, che dimenticano l’importanza della stabilità finanziaria; i politici sono delle talpe, cioè sono disposti a rischiare una crisi finanziaria pur di ottenere i loro obiettivi, ideologici o elettorali, di breve periodo; per ridurre il rischio di crisi sistemiche una condizione necessaria (ma non sufficiente) è che le istituzioni di controllo siano delle aquile, tutelino cioè il bene pubblico della stabilità con un orizzonte di lungo periodo, essendo nel contempo indipendenti dalla politica e dai mercati. Se ciò non accade, una nuova Lehman è sempre dietro l’angolo.

    Torniamo per un attimo a dieci anni fa. Su queste pagine, il 23 agosto (il fallimento di Lehman Brothers si sarebbe consumato a cavallo tra il 14 e il 15 settembre successivi) così si scriveva: «“La crisi finanziaria non è finita; datemi più poteri”; questo è quello che ha detto ieri il governatore della banca centrale americana (Fed) Ben Bernanke. Quello che invece non ha detto è che negli Stati Uniti nessuno ha voglia di affrontare le radici della crisi finanziaria – la cattiva regolamentazione – perché fa comodo a politici e vigilanti che prevalga la legge del più forte, invece che quella del mercato, anche grazie a un accentuato interventismo statale. E la legge della giungla può prevalere anche perché l’Europa oggi non ha una voce forte in tema di regole finanziarie, anche a causa della sua frammentazione. È questa la lettura che si può dare dell’ennesimo intervento, che da un lato ribadisce il perdurante stato di turbolenza nella finanza americana, e dall’altro lato non affronta il tema delle cattive regole, presenti e future. È una situazione che ha aspetti paradossali; ma poiché in economia il paradosso è spesso il frutto della razionalità di alcuni degli attori in giuoco, anche se poi gli effetti negativi sono pagati da tutti, può essere utile mettere in fila i pezzi del puzzle, e provare a ricomporlo».

    Ricordare questo commento – che a sua volta riecheggiava un approccio adottato fin dal giugno 2007 – ci aiuta a mettere in luce la lezione più importante del crack di Lehman Brothers: il fallimento del mercato è molto più probabile se il disegno delle regole e l’implementazione dei controlli non è efficace. In altri termini, fallimento del mercato e fallimento della politica sono due facce della stessa medaglia, e i danni vanno imputati a chi, essendo responsabile delle politiche di regolamentazione e vigilanza – come politico o come controllore – non riconosce i fallimenti del mercato, per incapacità o per calcolo.

    Lehman è stato l’inizio di una crisi finanziaria, che è un caso di scuola – anche se meno citato dell’inquinamento ambientale – di esternalità: l’instabilità finanziaria produce un risultato macroeconomico negativo – e in questo caso anche inatteso – dal fatto che tanti micro comportamenti – delle famiglie, delle banche, delle imprese – non tengono conto nei loro calcoli del rischio e dei correlati costi che tale evento produrrebbe.

    La stabilità finanziaria è un bene pubblico, di cui i cittadini colgono l’importanza quando d’improvviso non c’è più. I cittadini sono come dei pesci rossi: non sono affatto sempre razionali, ma dimenticano. Ma i cittadini sono anche degli elettori: se loro dimenticano, per chi governa o siede in parlamento è più facile mettere in atto politiche miopi. È quello che è accaduto negli anni che hanno preceduto Lehman. La politica monetaria e di regolamentazione finanziaria – negli Usa, ma non solo – ha consentito un eccesso di moneta e di finanza che faceva comodo a tutti: la crescita del debito, finanziato dalla stampa di moneta, è un ottimo ammortizzatore sociale, quindi un perfetto strumento di consenso.

    Il debito – privato o pubblico – aiuta a nascondere le inefficienze e le iniquità. I politici – prima e dopo Lehman – lo sanno benissimo, e se possono lo utilizzano: sono delle talpe, perché gli conviene. Un antidoto? Autorità di controllo – a partire dalle banche centrali – che siano al contempo capaci tecnicamente, ma soprattutto indipendenti sia dalla politica che dai controllati.

    Non è vero che Bernanke nel 2008 non aveva abbastanza poteri; li ha solo utilizzati male, per convenienza personale, andando nella direzione più gradita in quel momento alla politica; un bel libro appena uscito – The Fed and Lehman Brothers di Laurence Ball , un accademico della Johns Hopkins University – offre una ricostruzione sistematica e rigorosa di quei giorni, dentro e fuori la banca centrale americana. Le autorità di controllo devono essere delle aquile; se invece accomodano le talpe e la loro miopia, sono guai. E Lehman può ripetersi.

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