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Petrolio, uragani e allarme Iran rilanciano il Brent a quota 80 dollari

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energia a prezzi record

Petrolio, uragani e allarme Iran rilanciano il Brent a quota 80 dollari

Il petrolio è di nuovo lanciato a livelli record. Per la seconda volta quest’anno il Brent ha superato la soglia di 80 dollari al barile nel corso della seduta, sui massimi dal 2014, mentre il Wti si è spinto sopra quota 71 dollari.

La corsa è alimentata dalla speculazione: i fondi , dopo mesi di liquidazioni, sono di nuovo aggressivamente rialzisti e in una sola settimana hanno aumentato del 7% le posizioni nette lunghe (all’acquisto) sul Brent. Ma ci sono anche solidi motivi fondamentali a sostegno dei prezzi, che secondo Hsbc corrono un «rischio reale» di raggiungere 100 dollari al barile.

«Il fatto che già ora ci sia bisogno di molta più offerta dall’Arabia Saudita e altri e il basso livello della capacità produttiva di riserva – spiega la banca – lasciano il sistema globale in condizioni molto vulnerabili in caso di ulteriori significative interruzioni delle forniture».

Ad infiammare il rally è soprattutto il caso Iran, anche se un contributo è arrivato anche dal nuovo violento uragano che sta per abbattersi contro gli Stati Uniti: Florence punta verso la costa sudorientale, quindi non verso impianti per l’estrazione di greggio, ma in un’area forte soprattutto sul fronte dei consumi. Nell’immediato questi stanno salendo, a causa della rapida evacuazione di oltre un milione di persone, ma in seguito potrebbero indebolirsi, con effetti ribassisti sul mercato.

Ieri ad alimentare gli acquisti c’è stato anche il calo delle scorte di greggio Usa, più marcato delle attese (-5,3 milioni di barili la settimana scorsa per l’Eia), anche se compensato da forti accumuli di carburanti (+1,3 mb le benzine, +6,2 mb i distillati).

È però l’allarme Iran a dominare il mercato, ora come a maggio, l’ultima occasione in cui il Brent scambiava a 80 dollari. All’epoca il era lo shock per il ripristino delle sanzioni Usa, oggi ci sono problemi molto concreti: a due mesi dall’entrata in vigore delle misure, l’export da Teheran sta crollando più in fretta e più nettamente del previsto.

I programmi di carico preliminari fanno prevedere esportazioni medie di 1,5 mbg a settembre, contro i 2,8 mbg di aprile e maggio, secondo Energy Aspects. E l’Iran, riferisce Bloomberg, ha ricominciato ad accumulare greggio invenduto a bordo di petroliere.

Quasi tutti i clienti della Repubblica islamica hanno ridotto gli acquisti, la Corea del Sud li ha addirittura azzerati come desiderato dalla Casa Bianca. E le forniture alternative promesse dall’Arabia Saudita e dalla Russia stanno arrivando col contagocce.

Gli stessi Stati Uniti non riescono più a sviluppare la produzione come un tempo: a causa delle difficoltà nel bacino di Permian, la locomotiva dello shale oil, Washington martedì ha tagliato le stime di crescita, sia per il 2018 sia per il 2019.

L’Opec intanto ha iniziato come promesso ad attenuare i tagli produttivi, ma più di tanto non riesce a fare, soprattutto per via del Venezuela, che ormai estrae solo 1,5 mbg, come nel 1950.

Dal rapporto mensile del gruppo, diffuso ieri, risulta un aumento di 278mila bg ad agosto, ma quanto mai precario, perché dovuto in gran parte alla Libia, e soprattutto insufficiente: l’Opec ha estratto 32,57 mbg, ma essa stessa prevede che il fabbisogno del mercato sarebbe di 33,50 mbg nel semestre in corso.

Mentre i sauditi tacciono da tempo, il ministro russo Alexandr Novak ha cercato di rassicurare il mercato sul fatto che l’Organizzazione e i suoi alleati hanno «un potenziale piuttosto significativo per aumenti di produzione, che può essere impiegato in caso di necessità».

Mosca in particolare è in grado di incrementare di 300mila bg «nel medio termine», per arrivare a un nuovo record post-sovietico di 11,547 mbg, ha affermato il ministro, svelando per la prima volta ufficialmente la capacità di riserva della Russia.

Non è detto che i rubinetti saranno aperti. Novak promette di coordinarsi di nuovo con l’Opec – a cominciare dalla prossima riunione del Comitato di monitoraggio sui tagli, il 23 settembre ad Algeri – e avverte che bisognerà «studiare attentamente le conseguenze di ogni decisione», perché il mercato è «fragile». Da un lato ci sono rischi crescenti per l’offerta, tra cui la «grande incertezza» sulle forniture iraniane, dall’altro anche la domanda potrebbe rallentare, per motivi stagionali e non solo.

L’Opec stessa è diventata più pessimista sulla crescita dell’economia e dunque dei consumi petroliferi. Nel rapporto di ieri ha tagliato (benché solo di 20mila bg) le stime sulla domanda, a +1,4 mbg per il 2019, avvertendo che ci sono rischi legati alla crisi degli emergenti e alla guerra dei dazi.

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