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Piazza Affari risale. In rialzo le valute emergenti guardando a Trump e dazi

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La settimana finanziaria

Piazza Affari risale. In rialzo le valute emergenti guardando a Trump e dazi

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La settimana finanziaria si archivia con un recupero delle Borse europee. Il FTSE MIB di Piazza Affari ha guadagnato il 2,14% (riducendo così il passivo accumulato da inizio anno al 4,4%). Rialzi per tutte le altre Borse europee, dal 2,12% di Madrid allo 0,36% di Londra passando per l’1,91% di Parigi e l’1,38% di Francoforte.

Anche negli Stati Uniti sono tornati gli acquisti sull’azionario. In settimana il NASDAQ è salito dell’1,5% confermandosi con un +16,5% miglior listino mondiale da inizio anno. Rivalutazioni anche per S&P 500 e Dow Jones intorno al punto percentuale. In Asia, +1,2% per Tokyo mentre i listini cinesi chiudono in lieve calo confermandosi in un territorio pericoloso. Avendo accumulato da inizio anno un calo vicino al 20%, tecnicamente il listino di Shanghai è a cavallo della soglia che delimita, secondo gli investitori, un ribasso fisiologico dall’ingresso nel “bear market” (mercato Orso).

In linea generale la settimana finanziaria si è chiusa con una riapertura delle trattative Usa-Cina sul fronte dazi. E questo ha favorito un recupero da parte del settore auto europeo, apprezzatosi del 2,7%, la migliore performance di comparto delle ultime cinque sedute.

L’effetto sorpresa è arrivato dall’amministrazione Trump che giovedì ha invitato
i funzionari cinesi e statunitensi a riprendere i negoziati. Il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang ha risposto dichiarando che «la Cina ha sempre ritenuto che un'escalation del conflitto commerciale non sia interesse di nessuno».

A questo punto ogni giorno della prossima settimana potrebbe essere decisivo per attendere la decisione sulla nuova tranche di dazi da 200 miliardi che Trump ha in più occasioni minacciato dopo averne fatte partire due da complessivi 50 miliardi (34 miliardi il 6 luglio e 16 il 23 agosto) a cui Pechino ha risposto svalutando chirurgicamente lo yuan.

In caso di cambio di rotta da parte del presidente Usa è chiaro che i settori finora più colpiti dalla prospettiva di un’escalation dei dazi potrebbero beneficiarne, dando un’ulteriore scossa al recupero delle Borse.

Quella appena trascorsa è stata però anche la settimana delle banche centrali. Bank of England e Bce hanno lasciato invariati i tassi ma hanno lanciato comunque dei messaggi, consapevoli, come ricordava Ben Bernanke, che il «98% della politica monetaria si fa con le parole». La BoE ha fatto capire che gli accordi per la Brexit potrebbero richiedere più tempo delle ultime ottimistiche stime mentre la Bce ha rivisto al ribasso le stime di crescita per il 2019 (2%) e 2010 (1,9%) sottolineando però i progressi sul fronte della crescita dei salari. Progressi che potrebbero dare una mano al raggiungimento del target di inflazione in area 2%. Anche se resta elevata l’incognita sull’andamento del ciclo europeo dal prossimo anno quando il programma di sostegno (Qe) della Bce sarà interrotto (l’istituto non comprerà più nuovi titoli sui mercati ma reinvestirà solo su quelli che ha in portafoglio man mano che andranno in scadenza).

A questo punto sarà importante il dato sull’inflazione di agosto che arriverà lunedì sull’inflazione. Così come è stato importante quello comunicato in settimana dagli Usa dove nel mese scorso l’indice dei prezzi al consumo è cresciuto dello 0,1%, sotto lo 0,2%. Questo dato ha stimolato vendite sul dollaro innestando tra gli operatori il dubbio che, oltre al rialzo dei tassi ormai scontato per il 26 settembre, la stretta di dicembre (su cui Trump è contrario) potrebbe non essere così automatica.

I dati sull’inflazione Usa non hanno impedito alla curva del debito di appiattirsi ulteriormente. Ormai la distanza tra 2 (2,77%) e 10 anni (3%) viaggia sui minimi dal 2008. Colpisce ancor di più che tra i titoli a 1 mese (2%) e quelli a 30 anni (3,1%) ci sia solo poco più di un punto percentuale.

Tra le obbligazioni si segnala l’ulteriore sgonfiamento dello spread BTp-Bund a 232 (se calcolato con il vecchio benchmark utilizzato da Reuters) o a 250 (se calcolato con il nuovo riferimento di Bloomberg, ovvero il BTp scadenza dicembre 2028). I rendimenti del decennale sono scesi al 2,81% (Reuters) o 2,95% (Bloomberg).

L’euro ha quindi registrato una fiammata a 1,17 per poi riportarsi in area 1,165. Ma sul fronte valutario l’ultima settimana sarà ricordata soprattutto per i movimento della lira turca e del rublo dopo le maxi-strette operate dalle rispettive banche centrali. Giovedì, contrariamente al “volere” di Erdogan, la Banca centrale di Ankara ha alzato i tassi dal 17,5% al 24% favorendo un rimbalzo in area 6,13 sul dollaro della lira e soprattutto interrompendo un’emorragia che va avanti da inizio anno e che ha portato nel frattempo la divisa a una svalutazione del 40% sul biglietto verde.

Il rublo ha portato a casa quattro rialzi consecutivi dopo la decisione presa dalla Banca centrale di alzare i tassi di interesse da 7,25% al 7,5%.

Le buone notizie arrivate da Turchia e Russia hanno favorito un riposizionamento degli investitori da un clima di avversione al rischio (“risk-off”) a “neutrale”. Se poi dal fronte dazi - market mover della prossima settimana - dovessero arrivare buone notizie a quel punto il clima potrebbe tornare anche sul “risk-on”, anche se non va dimenticato che le valutazioni, tanto dei bond quanto delle Borse (soprattutto Usa) restano su valori e multipli decisamente elevati (il Nasdaq prezza al momento 54 volte gli utili attesi).

twitter.com/vitolops

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