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Decennio da star per le imprese familiari

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Decennio da star per le imprese familiari

Meglio le aziende di famiglia o le public company? Meglio le società il cui controllo del capitale è in mano all’imprenditore-fondatore e ai suoi familiari o meglio le aziende a capitale diffuso, detenuto da molti più azionisti?

Il mercato una prima risposta ce la dà.

Negli ultimi 10 anni le aziende controllate dalle famiglie imprenditoriali del nostro Paese hanno realizzato una performance positiva del 36% contro un calo del listino di quasi 19 punti percentuali. Un risultato ancor più brillante si registra a livello europeo, dove le aziende familiari hanno guadagnato il 90% a cinque anni e il 149% in dieci anni (nello stesso periodo l’Eurostoxx è salito rispettivamente del 28 e del 22%).

Ma a cosa si deve questa schiacciante vittoria del capitalismo familiare rispetto al listino di Borsa?

In primo luogo, al settore di appartenenza. Le aziende familiari sono tendenzialmente realtà di matrice consumer/industriale. Hanno quindi evitato il tracollo che in questi anni ha subìto il settore finanziario e che ha fortemente impattato sulla performance del listino italiano.

Sembra però che il “fattore famiglia” abbia anche un peso specifico al di là della tipologia di attività svolta dalla società. Una recente ricerca di Crédit Suisse evidenzia infatti che, del 2006 a oggi, le aziende a controllo familiare hanno battuto anche le public companies che appartengono allo stesso settore.

Esisterebbe, secondo gli esperti del Credit Suisse, un “alpha di famiglia”, riconducibile a un approccio di lungo periodo, che privilegia gli investimenti in ricerca e sviluppo e non è così condizionato dalla gogna delle trimestrali. Gli imprenditori sono anche più conservativi; preferiscono finanziare la crescita con flussi di cassa interni e ricorrere meno al debito.

C’è però più di un caveat. Innanzi tutto occorre stare attenti alla maturità del business. Le aziende controllate dalla prima o seconda generazione di imprenditori tendono a performare meglio di quelle di più lungo corso, probabilmente perché si trovano in una fase di crescita più rapida. Preoccupa anche la difficoltà per le family company di attrarre manager professionali di alto livello, handicap di particolare rilevanza quando le aziende di famiglia da “piccole” iniziano a diventare grandi.

Ancora più rilevante è il momento storico che vive l’azienda stessa. Secondo Guillaume Benhamou, Managing Director di Tikehau, in alcune fasi del ciclo di vita sarebbe meglio che la società fosse privata, come quando deve affrontare grandi trasformazioni. Sempre che queste non richiedano grandi investimenti, poiché l’essere public company porta maggiore trasparenza e liquidità, che abbassa i costi del capitale.

Non ultimo, alcune delle qualità delle società familiari – come l’essere conservative, focalizzate sul lungo periodo e restie a usare la leva del debito per crescere – possono causare la loro sottoperformance in alcune fasi del ciclo economico, come quando gli investitori intravedono una ripresa e puntano su asset e società meno difensivi.

Questo potrebbe contribuire a spiegare l’andamento di Borsa meno brillante delle family company italiane nei primi mesi del 2018, complici anche le prese di beneficio fisiologiche dopo la corsa di questi titoli negli ultimi anni. Da gennaio, secondo i dati Reuters, queste società perdono in media quasi il 10%, circa il doppio rispetto all’intero listino milanese. Un segnale che non deve però distogliere dall’ottica di lungo periodo, sia le imprese, sia i risparmiatori.

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