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Il petrolio torna a correre, ora c’è chi teme di rivedere il…

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brent al record da 4 anni

Il petrolio torna a correre, ora c’è chi teme di rivedere il barile a 100 dollari

Il rally del petrolio comincia a spaventare il mercato. All’indomani della riunione di Algeri – conclusasi col rifiuto di Arabia Saudita e Russia a garantire ulteriori aumenti di produzione – il Brent si è impennato fino a superare 81 dollari al barile, al record da quattro anni.

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Ora sono in molti a temere che la corsa al rialzo possa continuare, fino a quota 100 dollari e addirittura oltre secondo i più pessimisti, che identificano similitudini tra la situazione attuale e quella del 2007-2008. All’epoca l’oro nero aveva impiegato solo dieci mesi a volare da livelli di prezzo simili a quelli attuali fino al record storico di 146 dollari al barile, per poi affondare in modo ancora più rapido con la crisi finanziaria e la recessione globale.

Sperabilmente il copione non si ripeterà tale e quale. Ma a prevedere prezzi a tre cifre si stanno levando voci autorevoli, non solo tra gli analisti, ma anche da parte di importanti società di trading, secondo cui le sanzioni Usa contro l’Iran – insieme ad altre crisi, come quella in Venezuela – finiranno col costare molto più caro del previsto in termini di offerta, forse addirittura il doppio rispetto alla perdita di un milione di barili al giorno che molti (sauditi compresi) avevano preventivato.

Un’impennata oltre 100 dollari è «plausibile» secondo Daniel Jaeggi, cofondatore di Mercuria, perché «il mercato non ha modo di rispondere alla potenziale scomparsa di 2 mbg nel quarto trimestre». Il Brent potrebbe toccare quota 90 dollari entro Natale e 100 dollari per Capodanno, gli ha fatto eco Ben Luckock, uno dei responsabili del trading di Trafigura.

Nel fine settimana Arabia Saudita e Russia hanno mostrato di non volersi piegare alle ultime minacciose richieste di Donald Trump, che giovedì con un tweet aveva intimato di «abbassare i prezzi ora». «Il mercato è ben rifornito, non conosco nessuna raffineria al mondo che stia cercando petrolio senza riuscire a ottenerlo», ha affermato il ministro saudita Khalid Al Falih, dopo la riunione di Algeri, un incontro tecnico privo di poteri decisionali, ma che avrebbe potuto comunque modificare l’orientamento della coalizione Opec-non Opec, consigliando di accelerare la produzione.

Gli alleati russi anche stavolta si sono mostrati allineati con Riad. «La domanda petrolifera – ha detto il ministro Alexander Novak – calerà nel quarto trimestre di quest’anno e nel primo trimestre del prossimo, quindi per ora abbiamo deciso di mantenere gli accordi di giugno».

Il riferimento è al vertice in cui l’Opec e i suoi alleati si erano impegnati ad attenuare i tagli produttivi, che erano ormai diventati troppo pesanti, riportando di fatto 1 mbg di greggio sul mercato. Finora solo una parte delle forniture promesse si sono davvero manifestate, portando molti analisti a interrogarsi sulla reale possibilità di veder colmate le carenze.

«Il motivo per cui non aumentiamo di più l’offerta è che i nostri clienti stanno già ricevendo tutti i barili che desiderano», ha affermato il saudita Al Falih, precisando che comunque c’è l’intenzione di aumentare le forniture nei prossimi mesi. A settembre la produzione di Riad è già cresciuta rispetto ai 10,4 mbg di agosto, ha detto il ministro, e salirà anche a ottobre, perché «abbiamo visto che la domanda sarà più alta». «Se arriverà a 10,9 mbg potete stare sicuri che la soddisferemo, ma ora è di 10,5-10,6 mbg».

I timori sulla domanda sono comprensibili, nello scenario di guerra commerciale Usa-Cina. Ma gli investitori ora sono concentrati soprattutto sull’allarme relativo all’offerta, non solo dall’Iran ma anche dal Venezuela. Contro Caracas potrebbero arrivare anche ulteriori sanzioni americane, ha ventilato nel weekend il segretario di Stato Mike Pompeo.

A sostenere la corsa del petrolio ci sono anche le tensioni geopolitiche che sono ulteriormente salite dopo l’attentato di sabato in Iran, che ha ucciso 25 persone durante una parata militare nella città di Ahvaz. Teheran ha indicato come responsabili occulti gli Stati Uniti e Israele e ufficiali della Guardia rivoluzionaria hanno minacciato una vendetta «devastante».

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