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BTp, il conto dello spread: in tre anni 15 miliardi di interessi…

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BTp, il conto dello spread: in tre anni 15 miliardi di interessi in più

Per la prima volta da quando esiste il Fiscal Compact il programma di finanza pubblica italiano mette nero su bianco il fatto che in tre anni non ci sarà nessun aggiustamento strutturale. Il percorso verso il pareggio di bilancio non viene archiviato per sempre. Ma è spostato dopo il 2021 per essere concluso in un punto indefinito «negli anni a venire».

L’obiettivo è di rianimare una crescita che con la sua frenata sta già cambiando anche i conti della manovra. Il deficit aggiuntivo rispetto ai programmi europei vale 27 miliardi, ma quello rispetto alla situazione reale dei conti si ferma a 22. Perché l’ultimo tendenziale 2018 ha alzato il disavanzo all’1,2%. Morale: per finanziare reddito di cittadinanza, pensioni, tagli fiscali e così via servono circa 5 miliardi in più.

Il rinvio a tempo indeterminato del pareggio di bilancio è il passaggio cruciale della Nota di aggiornamento al Def arrivata alle Camere nella notte di giovedì, al termine della lunga fase che ha già movimentato parecchio il mercato dei titoli di Stato. I conti arrivano proprio dalla Nota, che mette in programma per i prossimi tre anni quasi 15 miliardi di spesa per interessi in più (2 decimali di Pil nel 2019, 3 nel 2020 e 4 nel 2021) rispetto ai vecchi tendenziali. E un decimale di Pil, intorno agli 1,8 miliardi, è la spesa aggiuntiva 2018.

PENSIONI, TASSE, REDDITO DI CITTADINANZA; TUTTO SUL DEF

Sulle sorti del pareggio è arrivata la prima risposta interlocutoria di Bruxelles, con la firma del vicepresidente della commissione Dombrovskis e del commissario agli Affari economici Moscovici, alla lettera in cui il ministro Tria ha motivato la scelta italiana di cancellare i vecchi obiettivi di finanza pubblica in nome «delle reali esigenze di cittadini e imprese». La stretta fiscale necessaria per rispettare la regola del debito, aggiunge la Nadef, potrebbe «mettere a rischio la ripresa economica e la coesione sociale», perché il Pil italiano è ancora sotto i livelli pre-crisi e il barometro della congiuntura segna maltempo a causa di protezionismo, prezzo del petrolio e andamento dell’euro. Di qui la nuova curva del deficit, che alza il nominale al 2,4% per l’anno prossimo per farlo scendere al 2,1% l’anno dopo e all’1,8% nel 2021. Livello quest’ultimo raggiunto peraltro con una rimodulazione delle clausole Iva che, oltre a cancellare i 12,4 miliardi previsti per il 2019, ne sposterebbe altrettanti dal 2020 al 2021. A fine triennio insomma il deficit all’1,8% sarebbe il risultato di una maxi-clausola su Iva e imposte indirette da 32 miliardi. Il tutto però senza che il deficit strutturale si sposti dall’1,7%, perché la crescita messa in programma accorcia la distanza fra Pil potenziale e reale e quindi attenua gli effetti del ciclo economico sui calcoli.

Sul filo della Costituzione
Sullo stesso punto si gioca il confronto con Parlamento e Quirinale sulla possibilità costituzionale per il governo di tracciare una strada di questo tipo. Il pareggio di bilancio, ora rinviato sine die, è previsto infatti all’articolo 81 della Costituzione, attuato dalla legge 243 che vincola (articolo 6) le possibilità di scostamento ai «periodi di grave recessione» e ai casi di «eventi straordinari al di fuori del controllo dello Stato» come le crisi finanziarie o le calamità naturali. Nessuno di questi due fattori oggi è in campo. Ma nella relazione al Parlamento che accompagna la Nadef il governo indica i nuovi obiettivi di deficit come «aggiornamento» dei piani già approvati ai tempi di Renzi e Gentiloni, che secondo la stessa legge costituzionale (articolo 6, comma 5) possono essere rivisti proprio «in relazione all’andamento del ciclo economico».

Crescita e «scommesse»
Dietro al confronto su regole e commi c’è la sfida chiave della manovra: una crescita all’1,5% l’anno prossimo, cioè 6 decimali più del tendenziale, a suon di ripresa dei consumi interni, taglio delle accise, blocco degli aumenti Iva e soprattutto di rilancio degli investimenti pubblici. «La sfida è difficile ma non impossibile», riflette Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio conti pubblici della Cattolica. A patto però, appunto, «che si riduca la spesa per interessi».

La Nota inviata al Parlamento non fa cenno ai moltiplicatori utilizzati per misurare questa ambizione, anche se dal governo fanno sapere che i modelli macroeconomici sono quelli “accettati” dalla commissione e che modelli alternativi avrebbero offerto risultati anche più rotondi. Ma il punto sostanziale è la possibilità effettiva di far ripartire gli investimenti che in questi anni hanno continuato a frenare nonostante le abbondanti iniezioni di fondi pubblici. Allo sforzo dovranno partecipare gli enti locali, a cui la manovra prospetta la riscrittura del pareggio di bilancio per liberare a regime i risparmi oggi vincolati. Lo hanno ribadito ieri mattina agli amministratori il premier Conte e il viceministro al Mef Massimo Garavaglia. Ma intanto sullo stop al bando periferie sindaci e governo continuano a scontrarsi.

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