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Piazza Affari, le Pmi si aggrappano ai fondamentali e all’effetto Pir

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Piazza Affari, le Pmi si aggrappano ai fondamentali e all’effetto Pir

(Bloomberg)
(Bloomberg)

Tutta l’Italia nel mirino degli investitori finanziari, o quasi. Qualcosa qua e là cerca infatti con fatica di opporre resistenza alla furia con cui sui mercati si stanno colpendo gli asset del nostro Paese negli ultimi 5 mesi. Contrariamente a quanto si pensi, le azioni di società quotate a Piazza Affari di taglia medio-piccola si sono per esempio comportate mediamente in modo migliore rispetto al resto del listino, incrementando la propria valutazione relativa.

Quando si confrontano grandezze quali il rapporto fra prezzi e utili attesi nel 2018 le small-mid cap italiane analizzate da Equita Sim (circa il 94% dell’universo delle quotate di quella taglia) trattavano a fine settembre su valori superiori del 39% rispetto al listino milanese. Un «premio», quest’ultimo, che non solo è superiore alla media storica, ma che risulta perfino cresciuto rispetto allo scorso luglio, quando si attestava al 34%, e ad aprile (prima cioè dell’insediamento del nuovo Governo), quando viaggiava al 26% per cento.

«Nei momenti di elevata turbolenza gli investitori mostrano preferenza per i titoli di alta “qualità” in grado cioè di produrre utili e di garantire una maggior visibilità sulla loro crescita a medio termine, mentre tendono a disaffezionarsi ai settori più impattati dall’aumento dello spread come le banche e le utility», sottolinea Luigi de Bellis, co-head dell’Ufficio Studi di Equita. Che spiega però la sovraperfomance relativa anche con il denaro collegato ai Pir, che continua ad affluire (se pur in misura rallentata rispetto allo scorso anno) sulle Pmi italiane.

LANDATURA DELLE «PICCOLE»
Rapporto fra i p/e del Ftse Mid Cap Italia e Ftse Mib negli ultimi 5 anni

Il panorama appare tuttavia piuttosto differenziato, anche sulla base della taglia delle società quotate e della loro liquidità sul mercato. L’indice Ftse Italia Mid Cap, per esempio, tratta oggi addirittura a premio del 49% sul Ftse Mib delle blue chip italiane, ben al di sopra dei valori di qualche mese fa e della media storica del 27% come si vede nel grafico a fianco. Ma via via che si scende in termini di capitalizzazione la situazione si fa diversa e per le «piccole» quotate su Aim Italia (se si escludono dal calcolo le Spac e la matricola Bio-On, che ha raddoppiato da inizio anno i prezzi e per questo vale adesso il 10% dell’intero listino come capitalizzazione e raccoglie un terzo dei volumi trattati) si fatica a mantenere il passo e ad attirare l’attenzione dei grandi investitori.

La sovraperformance relativa delle medie capitalizzazioni non è però un fenomeno in grado di resistere a qualsiasi situazione di mercato. Le vendite che hanno coinvolto in queste ultime sedute di ottobre anche le solitamente gettonate società che appartengono al segmento Star di Piazza Affari dimostrano infatti che quando il premio al rischio richiesto per investire sull’Italia raggiunge certi livelli nel vortice delle vendite può finire chiunque, indipendentemente da prezzi, fondamentali e liquidità.

«Da diversi mesi conserviamo un atteggiamento prudente sul mercato azionario italiano», conferma a tale proposito De Bellis, che al tempo stesso rimane tuttavia convinto «che l’analisi fondamentale delle aziende rappresenti un valore aggiunto importante da utilizzare soprattutto in questa fase di incertezza, a maggior sulle Pmi». Proprio per questo motivo, l’analista ritiene che sia interessante «sviluppare ulteriori strumenti di investimento specializzati sulle società di piccole dimensioni, che avrebbero l’indubbio vantaggio di supportare le imprese domestiche nella loro crescita».

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