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Il «re del vino» Marco Caprai va alla guerra del cashmere…

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Servizio |Capitalismo familiare

Il «re del vino» Marco Caprai va alla guerra del cashmere (Cariaggi)

Ad Acqualagna paesino dell’entroterra marchigiano, ricordato dai libri di storia per aver dato i natali a Enrico Mattei, fervono i preparativi per l’evento dell’anno: la «Fiera del Tartufo Bianco». Assieme alla più celebre Alba, Acqualagna è la capitale del pregiato fungo ipogeo. Pochi chilometri più avanti lungo la via Flaminia, verso Cagli, tra un piccolo borgo e lo svincolo della superstrada, si erge un basso edificio, molto curato e dal bell’aspetto, dove però l’imminente festival gourmet interessa poco. Ci sono ben altri problemi: l’insegna informa che si tratta dello stabilimento della Cariaggi.
Un nome che non dicemolto, eppure gli incantevoli abiti di Brunello Cucinelli ammirati nelle boutique di mezzo mondo sono tessuti con le lane di Cariaggi.

Da questo stabilimento, incastonato tra gli Appennini e le colline marchigiane, partono i camion che riforniscono del prezioso filato la maison del lusso di Borgo Solomeo, in Umbria. L’«imprenditore umanista» è il principale cliente di Cariaggi, tanto da avergli dedicato pure una menzione speciale nel catalogo della collezione primavera-estate del 2017, cosa rara per un fornitore. L’idillio di Cariaggi però finisce qui: da inizio anno infatti va in scena un braccio di ferro tra i soci. Da una parte c’è un altro famoso imprenditore umbro, il «re del Sagrantino» Marco Caprai, erede della cantina Arnaldo Caprai di Montefalco, che detiene il 50% di Cariaggi. Dall’altra, la famiglia omonima ha in mano l’altro 50% ed è accusata di fare ostruzionismo. In mezzo l’azienda, che da mesi non riesce a eleggere il Cda. E i due soci vivono da separati in casa: tre assemblee sono già andate a vuoto.

Domani sarà il D-Day: sul fornitore del cashmere di Cucinelli rischia cadere la tegola del commissariamento. Nel primo pomeriggio si terrà, per la quarta volta, l’assemblea dei soci. Se nemmeno stavolta si riuscirà a dare un «governo» a Cariaggi, Caprai depositerà al Tribunale di Pesaro la nomina di un commissario, per uscire dall’empasse.

La famiglia del Sagrantino, che la «bibbia dei vini» Wine Spectator anni fa elesse migliore al mondo decretandone un successo globale, da tempo vuole uscire dalle sue attività tessili e ha messo in vendita la sua quota nel lanificio, piccolo come numeri ma marchio di classe. Più di un anno fa Caprai aveva intavolato, con il sostegno di Unicredit, una trattativa con un fondo cinese. Ma la stretta di Pechino sugli investimenti esteri dei capital cinesi (la stessa in cui si è impantanato anche l’imprenditore cinese Mr Li nell’acquisto del Milan dalla Fininvest) aveva bloccato tutto. La scorsa primavera Caprai si era seduto al tavolo con il fondo Oaktree e sembrava che l’accordo fosse fatto, ma le condizioni poste dall’investitore finanziario, si sono rivelate troppo onerose e l’operazione è saltata. Ora, altri potenziali compratori hanno bussato alla porta per quel 50% nel produttore di cashmere, fondato da Piergiorgio Cariaggi e Arnaldo Caprai.

Tutto è però bloccato perché, lamenta il 58enne Caprai, l’azienda è finita in uno stallo. Senza cda, non è stata nemmeno approvata la semestrale al 30 giugno, mentre sta quasi per finire l’anno.  E senza bilancio, è impossibile trovare un compratore o banalmente fare una due diligence.

Lo stallo, peraltro, è l’effetto di un paradosso. Dalle stime ufficiose che circolano internamente all’azienda, Cariaggi sta macinando risultati. I ricavi dovrebbero superare i 110 milioni nel 2018, con una crescita del 15%; mentre i margini dovrebbero crescere del 3% con un discreto utile. Ma se venissero alla luce conti così brillanti, sospettano gli accusatori, il valore aumenterebbe. Mentre la famiglia Cariaggi, oggi guidata dalla figlia Cristina e dal marito, a quanto si apprende vorrebbe comprare quel 50% di Caprai, per avere in mano tutta l’azienda e non dover spartire gli utili con nessuno. Ma a un prezzo stracciato, facendo leva sulla necessità di vendere da parte dell’imprenditore umbro. Scoppierà la pace tra i padroni del cashmere o tutto finirà nelle mani del Tribunale?

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