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Il fragile scudo anti-crisi del sovranismo finanziario

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Il fragile scudo anti-crisi del sovranismo finanziario

L’approccio economico del governo appare basarsi sull’obiettivo di un progressivo “sovranismo finanziario” dell’Italia. Se i titoli di Stato italiani fossero detenuti da famiglie e banche italiane - si argomenta - questo ridurrebbe l’esposizione del Paese a fluttuazioni dello spread e declassamenti delle agenzie di rating e quindi la “ricattabilità” dell’Italia da parte dei mercati finanziari internazionali. Ma il sovranismo finanziario metterebbe davvero il Paese al riparo da turbolenze finanziarie? L’argomentazione è fallace.

Anzitutto è importante ricordare che l’accesso ai mercati finanziari internazionali aiuta un Paese a proteggere consumi e investimenti da recessioni e shock di natura reale. Prendendo in prestito risorse dall’estero, cioè, un Paese può continuare a finanziare consumi e investimenti anche quando il suo Pil è temporaneamente depresso.

Ma rifiutare la logica dell’apertura in nome del “sovranismo finanziario”, oltre a privare un Paese di questa opportunità, lo espone anche a rischi di profonde crisi finanziarie nella forma di “spirali debito sovrano-banche”. Quando le banche non diversificano sufficientemente il loro portafoglio e detengono ampie fette del debito sovrano del proprio Paese, la loro capitalizzazione è fortemente suscettibile a variazioni del valore dei titoli del debito pubblico domestico. Anche modeste cadute dei prezzi dei titoli del debito sovrano domestico possono erodere significativamente il capitale, inducendo le banche a contrarre il credito a imprese e famiglie. Non solo. La caduta della capitalizzazione bancaria aumenta sia le aspettative di costoso supporto pubblico al sistema bancario che le aspettative di contrazione dell’economia e delle entrate fiscali. Entrambi questi fattori riducono l’appetibilità del debito pubblico del Paese. Si innesca quindi una “spirale” tra caduta del valore del debito pubblico e contrazione del capitale e del credito del sistema bancario.

Recenti studi degli economisti americani Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff mostrano che queste spirali possono avere effetti dirompenti. La contrazione del Pil a seguito di crisi bancarie ha in media superato il 9% in decenni recenti, con una durata complessiva delle recessioni che non di rado rasenta i 10 anni. Anche quando si cerca di tamponarle, in Paesi in cui l’erogazione del credito avviene prevalentemente tramite le banche (come in Italia), la ripresa è lenta e faticosa. Il “Decennio perduto” del Giappone è stato appunto in larga parte indotto dai portafogli delle banche giapponesi appesantiti dalla svalutazione del valore delle attività “sovrane” (in quel caso prestiti alle imprese domestiche).

Il sovranismo finanziario, quindi, non mette affatto un Paese al riparo da crisi finanziarie sistemiche, ma anzi ne può generare di profonde e durature.

C’è un ulteriore pericolo insito nell’approccio sovranista. Si argomenta che l’Italia beneficia di famiglie con elevate propensione al risparmio e un rilevante stock di attività reali e finanziarie. Tuttavia, così come il Giappone, l’Italia subisce un sistematico declino del tasso di risparmio delle famiglie da 20 anni a questa parte (dal 12% nei primi anni 2000 a poco più dell’8% del 2018). Nel lungo termine i “cittadini sovrani” possono quindi divenire sempre meno capaci di sostenere da soli il “debito sovrano”. Oppure per farlo richiederebbero tassi di interesse più elevati, che potrebbero innescare le spirali debito sovrano-banche descritte sopra. A meno che, visto che di questi tempi pare non esserci limite alla fantasia, il governo non li obblighi a comprare debito pubblico.

Un Paese che sceglie il sovranismo finanziario si priva del prezioso accesso alle risorse di investitori esteri e si chiude, più che in un comodo salotto, in una pericolosa polveriera.

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