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Tesla, presidenza a Robyn Denholm. Musk sceglie la donna del 5G

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Tesla, presidenza a Robyn Denholm. Musk sceglie la donna del 5G

Robyn Denholm
Robyn Denholm

Se non fosse per il piccolo particolare che siede nel board (e nel comitato audit) di Tesla dal 2014 si potrebbe leggere la nomina a presidente di Robyn Denholm come un segno. Ovvero la scelta di una top manager che pur non essendo un (una) “car guy” nel dna di tech ne sa, eccome. Denholm ha nel curriculum trascorsi in Sun Microsystems, Juniper, Abb e, infine, da poco più di un anno, Telstra, con il freschissimo incarico (appena due mesi) di direttore finanziario e capo delle strategie. Denholm lascia una società di telecomunicazioni tra le più avanzate nella corsa al 5G (il lancio commerciale sull’intero territorio australiano, suddiviso in tre fasi di avvicinamento, è fissato per il 2020). Conosce molto bene, insomma, i segreti della connettività del futuro, che sarà indispensabile alle auto per gestire gigantesche quantità di dati, dialogare fra loro e consentire livelli di elevata automazione oltre che una qualità adeguata per l’infotainment e la teleguida.

La 55enne di Sydney però non è, come si diceva, una new entry per la società di Palo Alto. Anzi. La cosa non può non saltare all’occhio. Più di un osservatore ha considerato quindi la mossa di Elon Musk come un’occasione perduta per dare a Tesla una guida davvero indipendente. Ovvio che al padre padrone la cosa interessi poco o punto e che prendere sottilmente in giro la Security and Exchange Commission (Sec), l’autorità di Borsa americana, sia un esercizio nello stile dell’uomo, un amante delle provocazioni oltre che delle sfide impossibili. In fondo Musk è stato costretto a cedere la poltrona, non l’avrebbe certo mollata di sua iniziativa.

La Sec a fine settembre aveva avviato un’azione legale con l’accusa di «frode e dichiarazioni false e fuorvianti agli investitori» per il tweet con il quale il 7 agosto il vulcanico fondatore e ceo, senza preavviso agli azionisti e con zero comunicazioni alle autorità, aveva annunciato l'intenzione di ritirare Tesla dalla Borsa. Il tutto tirando in ballo il concorso del fondo sovrano saudita Pif. Prezzo esorbitante, 420 dollari ad azione, calcolato con un premio del 20% rispetto alle quotazioni di quei giorni. Ma, prometteva Musk, provocando un portentoso balzo del titolo, «finanziamenti assicurati». Tanto è bastato alla Consob a stelle e strisce per mettere spalle al muro l’imprenditore, tanto visionario quanto spregiudicato. La questione è stata chiusa da un patteggiamento, costato piuttosto caro a Musk: l’obbligo di lasciare la presidenza per tre anni e sanzioni per 40 milioni di dollari (20 in conto a lui e 20 a Tesla).

Oggi l’annuncio del passaggio del testimone.

Denholm, lascerà la compagnia di tlc australiana una volta completato il periodo di preavviso di sei mesi per lavorare a tempo pieno per la casa automobilistica californiana. Intanto si è già dimessa dal comitato audit. Resta da vedere se dallo scranno più alto della società sarà in grado di gestire le intemerate di Musk. Sfida forse più complicata di quanto non sia stato contribuire, da manager esperto di cose finanziarie, a portare finalmente Tesla al primo bilancio in utile dopo sette trimestri consecutivi in rosso.

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