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UniCredit, il piano B di Mustier: scissione tra Italia e asset esteri

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UniCredit, il piano B di Mustier: scissione tra Italia e asset esteri

Jean Pierre Mustier, ceo di UniCredit (Ansa)
Jean Pierre Mustier, ceo di UniCredit (Ansa)
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«One UniCredit, One bank», era lo slogan con cui Jean Pierre Mustier lanciò il piano triennale Transform 2019 di UniCredit. Sarà così anche oltre l’orizzonte del piano? O in prospettiva la banca si dividerà in due? Da qualche settimana circola un piano riservato, probabilmente elaborato da una banca d'affari, che secondo fonti de Il Sole 24 Ore è stato esaminato dei vertici di Unicredit.

L'ipotesi è quella di procedere in futuro a una vera e propria scissione in due del gruppo: da una parte le attività italiane di UniCredit, dall’altra quelle estere che comprendono Germania, Austria, Centro Est Europa, Turchia, Russia. La divisione corporate & investment banking (Cib) sarebbe frazionata, confluendo in maggior misura nella UniCredit estera che con ogni probabilità avrebbe sede in Germania.

L’operazione sarebbe inizialmente neutrale per gli azionisti, che al momento della scissione si vedrebbero assegnate azioni delle due nuove entità. Ma secondo gli analisti serie incertezze riguarderebbero l'attribuzione pro-quota dell'equity e delle obbligazioni al passivo. Dal quartier generale della banca, le fonti ufficiali rispondono con un «no comment» e ricordano che l’orizzonte del piano strategico è all’insegna di “One Bank”. Aggiungendo che con i conti del terzo trimestre 2018 UniCredit ha annunciato che ogni società del gruppo dovrà diventare autofinanziata.

Per il momento, stando alle indiscrezioni che trapelano, l’ipotesi allo studio sarebbe una sorta di piano B che il vertice di UniCredit è impegnato a valutare nell'interesse degli azionisti, per oltre l'80% ormai investitori istituzionali (in gran parte esteri).

Il punto di partenza del progetto è la constatazione di quanto il rischio Italia pesi sulla valutazione dell'intero gruppo che, a meno di due anni dall'aumento di capitale da 13 miliardi finanziato dal mercato e dopo cessioni per 9 miliardi, ha visto scendere la capitalizzazione di Borsa ad appena 24 miliardi. Se si escludono le recenti svalutazioni delle attività in Turchia, per una crisi che viene giudicata transitoria, tutto il recente “downside” del valore di mercato di UniCredit è attribuito dagli investitori al rischio Italia, che rischia di appesantire anche in prospettiva la valutazione di un gruppo che invece ha oltre la metà dell'attivo fuori dai confini italiani.

Le “zavorre” italiane sono sostanzialmente tre: il portafoglio dei crediti deteriorati, lo spread Btp-Bund stabilmente oltre 300 punti che brucia capitale di vigilanza, il rating della holding italiana che, in caso di declassamento del Paese nei primi mesi del 2019, potrebbe peggiorare il merito di credito dell'intero gruppo. Inutile dire che una eventuale UniCredit solo estera e basata in Germania avrebbe un rating molto più elevato di quello attuale, con tutte le conseguenze del caso nel costo del funding.

Si vedrà nei prossimi mesi se il piano B al vaglio di Mustier si trasformerà in progetto esecutivo o se resterà uno dei tanti studi di fattibilità che le banche esaminano per poi accantonare. E’ certo però che in UniCredit c'è forte preoccupazione - più che in altre banche, dove è meno accentuata la natura di public company nelle mani degli investitori - per lo sfarinamento del valore di mercato. Basti pensare che a maggio, quando erano forti le indiscrezioni su un possibile merger tra UniCredit e i francesi di Société Générale, la banca italiana valeva circa il 15% in più dell’istituto transalpino mentre oggi il divario è del 15% in senso inverso.

Dividere in due il gruppo avrebbe probabilmente anche il beneficio regolamentare di uno sganciamento progressivo dalla penalizzante normativa delle G-Sifi (banche di interesse sistemico, soggette a buffer di capitale superiori alle altre banche). Ma che sorte avrebbe la nuova ipotetica UniCredit Italia? Con 2.516 filiali bancarie e 143 miliardi di prestiti alla clientela (dati dei nove mesi della commercial bank Italy), il gruppo si posizionerebbe come dimensione alle spalle di Intesa Sanpaolo ma con una maggiore esposizione alle dinamiche del Pil italiano, non avendo proprie società prodotto nell'asset management e nelle assicurazioni. Con la sua dose di Npl e di Btp, sarebbe certo più esposta di ora al rischio-Italia. Ma non avendo azionisti di riferimento potrebbe facilmente diventare epicentro di nuove aggregazioni che, in assenza di appetiti dall'estero, riguarderebbero altre banche italiane.

E il progetto di sviluppo di una grande gruppo bancario paneuropeo più volte caldeggiato da Mustier che fine farebbe? Con ogni probabilità andrebbe avanti ripartendo dalla nuova UniCredit mitteleuropea con base in Germania, ma senza l'Italia. Metafora, in chiave bancaria, della direzione su cui sembra si stia inoltrando il Paese.

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