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L’altro «spread» che pesa sull’Italia: quello della…

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tra finanza ed economia reale

L’altro «spread» che pesa sull’Italia: quello della fiducia

Marka
Marka

Non c’è solo il differenziale tra i BTp e i Bund a pendere sull’Italia come una spada di Damocle. Esiste anche un altro «spread», meno evidente, che rischia di avere effetti negativi sull’economia nazionale prima ancora che la Manovra del Governo riesca a produrre i suoi (auspicabilmente positivi): è lo «spread» della fiducia. Diversi indicatori dimostrano che la fiducia in Italia sta calando vistosamente. Diminuisce in tutta Europa, bene inteso, perché l’economia sta frenando ovunque. Ma in Italia, secondo alcuni indicatori, si sta deteriorando più velocemente. Ieri gli indici di fiducia pubblicati dall’Istat hanno mostrato un ulteriore peggioramento: l’indicatore del morale delle aziende è infatti sceso per il quarto mese di fila tornando ai minimi dal dicembre del 2016, mentre l’indice sulla fiducia dei consumatori (che fino ad ottobre era risultato in aumento) è caduto più del previsto tornando ai minimi da giugno. Ma sono soprattutto altri indicatori a mostrare l’aumento dello «spread» tra la fiducia in Italia e quella nel resto d’Europa.

Questo è un problema perché l’economia vive di fiducia. Serve fiducia per convincere le imprese ad investire, ad assumere, a scommettere sul business. Per attirare i capitali italiani ed internazionali. Insomma, per muovere il loro motore. Quando le aziende iniziano a tirare i remi in barca, perché non riescono a capire cosa possa accadere in futuro, allora non c’è Manovra che tenga: fin tanto che non si ripristina la fiducia, difficilmente l’economia può davvero crescere. Quando gli effetti della Manovra si faranno sentire (ammesso che sia una manovra espansiva come sostiene il Governo trovando pochi consensi nel mondo economico), potrebbe essere già troppo tardi. Il problema è che la situazione politica attuale, e principalmente lo scontro tra Roma e Bruxelles il cui esito è imprevedibile, crea troppa incertezza sull’Italia: questo spinge molti investitori e molte imprese ad aspettare. A rinviare. A guardare cosa accada. Dunque a tirare i remi in barca.

Purtroppo l’aneddotica racconta che questo sta già accadendo. «Per ora è tutto fermo», è la frase che si sente spesso dire tra gli operatori economici e gli imprenditori. Pochi giorni fa è stato anche il presidente della Piccola Industria (Confindustria) Carlo Robiglio a lanciare l’allarme: «L’imprenditore non ha paura delle difficoltà - ha detto all’Ansa - ha paura dell’incertezza, delle cose non chiare. E mai come in questo momento vede incertezza e quindi blocca gli investimenti».

LO SPREAD DELLA FIDUCIA TRA ITALIA ED EUROPA
Indici Pmi dei direttori d'acquisto del settore manifatturiero (primo grafico) e dei servizi (secondo)

Ma sono soprattutto alcuni dati a raccontare questa storia. Per esempio gli indici Pmi (si veda il grafico). Si tratta di indicatori che misurano la fiducia dei direttori d’acquisto delle imprese: quelli che hanno il polso sull’attività futura della loro azienda. Questi indici - calcolati da Markit in maniera uniforme in tutta Europa - stanno calando ovunque, dato che l’intero continente sta vivendo una fase di stallo economico. Ma in Italia - come si vede nel grafico - scendono molto di più e più velocemente.

A inizio maggio l’indice Pmi delle imprese attive nel settore dei servizi in Italia era per esempio più elevato rispetto a quello della Germania: noi stavamo a 53,1 e Berlino 52,1. La Francia era poco sopra (54,3) e la Spagna a 56,4. In generale, l’Italia aveva nel settore servizi un punteggio in linea con quello medio dell’Eurozona. Gli ultimi dati di ottobre raccontano una storia ben diversa. L’Italia è scesa sotto quota 50 (questo significa che gli indici Pmi prevedono ora una contrazione dell’economia), mentre gli altri Paesi sono tutti rimasti sopra: Germania 54,7, Francia 55,3, Spagna 54, Eurozona 53,3. Italia, invece, 49,2. Stesso discorso per l’indice Pmi del settore manifatturiero: anche qui l’Italia è l’unica ad essere scesa sotto quota 50.

«Questi dati, e quello sulla fiducia dell’Istat, dimostrano che sarà estremamente difficile per l’Italia crescere dell’1,5% nel 2019 come promesso dal Governo - osserva Nicola Nobile, lead economist di Oxford Economics -. Noi prevediamo per l’anno prossimo una crescita dello 0,6%, ma i rischi sono al ribasso». «Negli ultimi mesi l’incertezza sulle prospettive fiscali, con le conseguenze che ne sono derivate sul rischio-Paese Italia, sembra aver cominciato ad esercitare un freno sull’economia reale - aggiungono gli economisti di Intesa Sanpaolo commentando gli indici di fiducia usciti ieri dall’Istat -. In particolare il freno è sulle decisioni di investimento delle imprese». Sempre qui si gira, insomma: incertezza, minore fiducia, minori investimenti. Questo è un loop che va evitato.

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