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Salvate Tim con un azionariato nazionale che arrivi al 30%

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l’appello

Salvate Tim con un azionariato nazionale che arrivi al 30%

  • – di autori vari *

Abbiamo ricoperto nel passato ruoli di alta responsabilità nel Gruppo Telecomo Italia. Abbiamo avuto il privilegio di essere i “Pascale boys”.

Con lui, abbiamo contribuito, con compiti diversi, a fare di Telecom Italia e dell’allora TIM i più avanzati operatori delle TLC al mondo. Abbiamo continuato a seguire nel tempo, e spesso con amarezza e stupore, le vicende del Gruppo, pur da posizioni e responsabilità diverse, convinti sempre del ruolo delicato e strategico che l’Incumbent delle TLC riveste in tutti i Paesi avanzati, quindi anche in Italia. Innanzitutto per la sua capillare infrastruttura di rete, che raggiunge ogni angolo del territorio nazionale; per i servizi che l’Azienda ha sempre erogato al Paese, basandoli, come naturale, sulla propria infrastruttura; ma anche per Sparkle, nodo dello smistamento e della protezione dell’informazione globale tra l’Africa e l’Asia da una parte e il Mondo Occidentale dall’altra. Guardiamo anche con attenzione e preoccupazione alla progressiva, generale marginalizzazione delle competenze tecniche, indispensabili per assicurare ad un’azienda come TIM il ruolo che le compete. Nelle ultime settimane abbiamo registrato, ancora una volta, un clima di crescente incertezza e avventurismo sui destini della Società, di tensione all’interno degli Organi Societari, di evidente inadeguatezza dei vari soci (qualcuno del tutto “improbabile” per un rispettabile Incumbent), di accidentale attenzione da parte delle Istituzioni politiche. Il tutto nell’ambito di Authorities non sempre adeguate a supportare il Governo per un assetto equilibrato del settore in Italia.

Leggere sulla stampa ipotesi di “spezzatini” basati su scorpori dei servizi, della rete, di Sparkle, spesso formulate da personaggi che non hanno ruolo o competenze per esprimerle, crea sconcerto tra coloro che conoscono e seguono il settore. Non si tratta solo di noi che avevamo creato la Grande Telecom Italia, o dei professionisti che lavorano ancora nel Gruppo o dei tanti azionisti- il titolo è ai minimi degli ultimi anni- ma anche delle decine e decine di aziende, partner o fornitori, i cui piani di sviluppo sono strettamente legati a quelli di una TIM a cui serve chiarezza su come coniugare soluzione dei problemi e strategia; ma anche e soprattutto di un settore che deve trovare, in Italia, equilibrio e realismo (in USA, 320 mil di abitanti e 4 operatori mobili; in Italia 60 mil di abitanti e 4 operatori mobili!) .

Sappiamo bene che le – troppe - difficoltà che TIM ha dovuto progressivamente affrontare negli anni trovano origine in una privatizzazione riuscita male e soprattutto nell’avvicendarsi di numerose gestioni “privatistiche”, generalmente improvvisate (tranne forse quella che fece capo alla Pirelli), tutte caratterizzate dall'aver sostituito le diffuse competenze che c’erano nel Gruppo con le più improvvisate incompetenze.

Abbiamo giudicato, e lo abbiamo denunciato già lo scorso anno, una assurdità la competizione infrastrutturale avviata sulla rete, che non trova riscontro in nessun altro Paese Occidentale.

Oggi ci troviamo dinanzi ad una possibile e temibile ultima svolta per TIM.

Siamo però convinti che una netta inversione di tendenza sia ancora possibile, partendo da un confronto trasparente e costruttivo con le Istituzioni.

Prima di tutto occorre evitare l’idea, puramente speculativa e cinica, di vendere a pezzi TIM: i servizi, senza la rete, renderebbero TIM sempre più soggetta alle incursioni degli OTT, sempre più virtuale, sempre più dissociata dalle competenze, sempre più in balia di ulteriori sbrindellamenti; d’altro canto, una fusione, in una società a se stante, completamente svincolata dai servizi, delle infrastrutture di TIM con Open Fiber, potrebbe forse essere la parziale soluzione del debito, ma non qualcosa di logico ed industriale. Il rischio sarebbe il colpo finale a TIM, facendo dell’Italia l’unico Paese importante senza un proprio operatore col ruolo di Incumbent e, in prospettiva, con una rete sempre più povera di intelligenza connessa ai servizi. Ossia, proprio nel pieno della rivoluzione 4.0 che coinvolge l’umanità, e quindi il Paese, l’Italia non avrebbe la certezza di partecipare appieno a questa emancipazione. Da qui l’invito che rivolgiamo al Governo, alla CDP che può avere un ruolo di guida (nel rispetto dei propri già coraggiosi impegni), al sistema imprenditoriale dell’Italia, alle professionalità sane ed illuminate che vivono e lavorano nel Paese. Occorre ricreare un azionariato nazionale che arrivi al 30% e diventi il fermo riferimento dell’Azienda; occorre recuperare e dare spazio alle competenze che tuttora esistono in TIM e riportarle a ricoprire i ruoli manageriali principali, nell’ambito di un programma/progetto chiaro, lungo, coerente; serve ragionare su quello che deve essere un sano e funzionale assetto del settore in Italia, impedendo scorribande virtuali basate sulla “svendita” dei servizi; occorre ridare uno standard ai servizi, pretendere il rispetto e la garanzia degli stessi a beneficio dei cittadini; occorre non avere il solo driver dell’abbattimento dei prezzi; occorre rilanciare il sistema industriale delle TLC nel Paese; occorre difendere e sviluppare l’occupazione del settore. È questo l’invito che rivolgiamo con forza.

*Piero Bergamini, Francesco Chirichigno, Umberto de Julio, Girolamo Di Genova, Vito Gamberale, Roberto Pellegrini e Roberto Rovera

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