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Se i BTp quotano come i Tbond, perché l’Italia rischia e gli…

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Se i BTp quotano come i Tbond, perché l’Italia rischia e gli Usa no?

Nel corso della trasmissione “Di Martedì” condotta da Giovanni Floris su La7 si è parlato di spread. Tra gli ospiti in studio c’era anche il noto esponente no-euro Antonio Rinaldi che a un certo punto ha preso la parola e ha detto: «Si parla tanto dello spread italiano rispetto al tedesco ma non si dice che il tasso americano rispetto alla Germania è a 270 e i giornali se ne fregano!».

Le sue dichiarazioni, rilanciate dall’account Twitter della trasmissione, hanno generato dibattito e attirato forti critiche. «A tutti i trader che hanno fatto al massimo un bollettino alla posta va ricordato che se gli USA per finanziarsi sui decennali spendono 3.06% e non sono sull'orlo baratro non lo è neanche l'Italia con 3.26%» ha rincarato la dose Rinaldi con un tweet.

GUARDA IL VIDEO / Collocazione Btp a 5 e 10 anni: assegnati tutti i 4,2 miliardi di euro (di Vincenzo Miglietta)

I numeri sono corretti ma ha senso paragonare i Treasury bond americani con i BTp italiani per sostenere, come fa Rinaldi, che lo spread non sia un problema? Non proprio. Occorre ricordare infatti che le variabili che determinano l’andamento dei titoli di Stato sono diverse e non si può prescindere dal contesto dei dati macroeconomici e della politica monetaria se si vuole fare un corretto paragone tra due titoli diversi. Altrimenti si rischia di mischiare mele con pere.

La variabile chiave di cui occorre tenere conto è in primo luogo quella della politica monetaria. Il costo del denaro, fissato dalla banca centrale, influenza a cascata tutta la catena del credito: dai rendimenti dei titoli di Stato ai mutui delle famiglie, dai prestiti alle imprese al credito al consumo. Per cui, prima di paragonare due titoli di Stato emessi in due valute differenti bisognerebbe mettere a confronto la politica monetaria adottata dalle due banche centrali: in questo caso la Fed e la Bce.

Ebbene da qualche anno le politiche monetarie delle due istituzioni hanno preso due strade divergenti: la Bce continua a mentenere i tassi di interesse ai minimi storici e a garantire un significativo grado di stimolo monetario nonostante la programmata fine del Quantitative easing, la Fed, al contrario, da tempo ha interrotto il Qe, da qualche mese sta riducendo il suo corposo bilancio e soprattutto, da dicembre 2015, ha iniziato ad alzare il costo del denaro portando i tassi dal minimo storico dello 0,25% a cui erano inchiodati dal 2008 all’attuale 2,25 per cento.

Se i rendimenti dei titoli di Stato americani sono saliti e se il tasso a 10 anni ora viaggia stabilmente oltre il 3% è perché il mercato si è adattato al nuovo contesto di politica monetaria. È salito il costo del denaro e a ruota si sono mossi i rendimenti dei titoli di Stato, quelli del resto del mercato obbligazionario e a cascata anche i tassi di finanziamento all’economia reale. Se la Fed sta alzando i tassi è perché l’economia americana è in ottimo stato di salute. Il Pil cresce del 3,5%, la disoccupazione è al 3,7%, ai minimi da 40 anni, i salari stanno salendo e l'inflazione viaggia al 2,5 per cento. La macchina insomma viaggia a pieni giri e mantenere i tassi di interesse bassi rischia semmai di surriscaldare il motore. Per questo motivo la Fed ha alzato i tassi.

Nell’area euro, nonostante la ripresa, la situazione è diversa perché l’economia resta ancora vulnerabile (soprattutto in Paesi periferici come l’Italia). Per questo motivo i tassi di interesse restano inchiodati ai minimi storici.

Se i rendimenti dei Tbond americani sono in crescita non è perché il mercato nutra dei timori sulla tenuta del debito pubblico americano. Anzi è esattamente l’opposto. I tassi alti in questo caso sono un segnale che l’economia americana è in salute. E se l’economia americana è in salute il debito non è un problema perché il governo potrà contare su entrate fiscali stabili per ripagarlo.

I tassi BTp al contrario salgono, nonostante una politica monetaria ancora molto espansiva, perché il mercato sconta per il futuro un impatto negativo derivante dalla ricetta di politica economica del governo e perché gli investitori «prezzano» il rischio che l’Italia esca dall’euro (cosa che peraltro a Rinaldi non dispiacerebbe).

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