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Per i colossi del web un tesoro da 425 miliardi, sei volte Piazza Affari

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il censimento di R&S-Mediobanca

Per i colossi del web un tesoro da 425 miliardi, sei volte Piazza Affari

I giganti del web e del software, censiti da R&S-Mediobanca, sono 21: rappresentano poco meno del 5% del giro d’affari e dell’occupazione dell’insieme delle 397 multinazionali del data-base, ma in Borsa pesano per circa un quinto della capitalizzazione totale delle quasi 400 società considerate: 3.666 miliardi di euro, sei volte l’intera Piazza Affari e più del Pil di un Paese come la Germania. Il che la dice lunga sul rilievo che queste regine dell’immateriale hanno assunto nell’economia mondiale e sul livello di concentrazione che non ha pari nei settori tradizionali.

Amazon, Alphabet (la holding di Google) e Microsoft, da sole, spiegano la metà del giro d’affari complessivo del drappello delle società web-soft che nel 2017 è stato di 625 miliardi di euro, più che raddoppiato (+123%) rispetto al 2013. In Borsa in questi giorni Microsoft ha addirittura superato per capitalizzazione Apple, scalzata dal gradino più alto del podio di Wall Street per la prima volta da otto anni.

Liquidità per 425 miliardi
A spiegazione della “potenza di fuoco” di questi giganti, il dato più significativo che emerge dall’indagine è forse quello relativo alla liquidità che le 21 società (13 Usa, cinque cinesi, due giapponesi, una tedesca) hanno in pancia: 425 miliardi di euro, un tesoretto accumulato grazie anche alle azioni di “efficientamento” fiscale, tipiche di tutte le multinazionali che sfruttano i regimi più favorevoli dei Paesi in cui sono presenti.

In media la liquidità è pari al 36,5% del totale dell’attivo - il triplo rispetto alle multinazionali industriali, dove l’incidenza è pari in media all’11,3% - con Nintendo, Microsoft e Alphabet che hanno cassa per oltre la metà del totale dell’attivo. Di questo tesoretto, 285 miliardi sono investiti in titoli a breve scadenza, la metà in titoli del Tesoro Usa. Si tratta in sostanza di una categoria di investitori “atipici”, ma più rilevanti delle stesse banche, se si considera che i 285 miliardi investiti sono pari al 25% del loro totale attivo aggregato, un livello addirittura superiore al 23% delle banche Usa e al 21% dei maggiori istituti di credito mondiali. Niente a che vedere con gli investimenti in attività finanziarie delle multinazionali industriali che arrivano appena, in media, al 3,1% del loro totale attivo (con le nord-americane al 5,8%).

L’impatto della “sanatoria” Usa
La liquidità parcheggiata all’estero non può essere utilizzata negli Stati Uniti per acquisizioni, riacquisto di azioni proprie o pagamento di dividendi. E questo spiega perchè finora il tesoretto non sia stato utilizzato per il core business o a sostegno del valore del titolo. Con la riforma Trump - mirata al rimpatrio dei capitali - le cose sono però destinate a cambiare. Nel primo semestre di quest’anno si registra già infatti una tendenza all’aumento dei buy-back promossi da queste società.

Nel 2017 però la riforma ha avuto l’effetto di far incassare al Fisco Usa un introito extra di tasse dell’ordine di 18 miliardi di euro solo dalle web-soft companies. La one time transition tax - così si chiama il “condono” Usa - prevedeva un’aliquota del 15,5% sulla liquidità rimpatriata e dell’8% sugli asset non liquidi dichiarati: in cambio i capitali così “sanati” potranno essere utilizzati per le operazioni negli Usa prima vietate.

L’effetto sull’esercizio 2017 è stato quello di far pagare le tasse che “normalmente” queste aziende dovrebbero pagare se non ricorressero all’efficientamento fiscale. In valore assoluto, le 21 società considerate avrebbero dovuto pagare 37,9 miliardi di euro rispetto alle aliquote fiscali “statutarie” e di fatto sul 2017 hanno pagato 37 miliardi. In mezzo ai due dati ci sono i 12,1 miliardi di tasse in meno, risparmiate sfruttando i regimi fiscali più favorevoli, e i 17,9 miliardi in più pagati una tantum negli Usa. In termini relativi il risparmio da “efficienze fiscali” è stato pari al 10,1% dell’utile lordo realizzato, il versamento una tantum al Fisco Usa ha rappresentato invece il 15% dei profitti ante-imposte. Il tax rate effettivo, che sarebbe stato pari al 15,9% degli utili tassabili, è stato per il 2017 pari al 30,9%. Dal 2018, con l’aliquota Usa scesa dal 35% al 21%, l’incidenza delle imposte effettivamente pagate sarà sicuramente inferiore a questo livello, con buona pace di tutti i tartassati chiusi nei confini nazionali. Circa i due terzi dell’utile ante imposte delle web-soft è stato tassato in Paesi a fiscalità agevolata (come Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi), ma dal 2018 i vantaggi di non dichiarare utili negli Usa si ridurranno per effetto delle aliquote ribassate.

Facebook la più redditizia
Mediamente il margine Ebit del drappello è del 18,4% dei ricavi, secondo settore più redditizio dopo il farmaceutico dove la media è del 25,5%. Ma Facebook si distacca nettamente dalla media con un margine operativo del 49,7% (in aumento del 35,6% sul 2013), che è confrontabile - pur a distanza - solo con i livelli di redditività di altre aziende americane: Oracle che ha un margine Ebit del 36,4% e Booking del 35,8%.

Amazon prima per occupazione
Le 21 società del comparto occupano oltre 1,6 milione di persone in tutto il mondo. Da sola Amazon conta 566mila dipendenti. L’aumento dell’organico complessivo - +112% rispetto al 2013 - è dovuto però in gran parte alle acquisizioni.

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