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Parmalat dice addio a Piazza Affari: finisce la guerra del latte

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Parmalat dice addio a Piazza Affari: finisce la guerra del latte

Finisce dopo sette anni la Guerra del Latte su Parmalat. Lactalis e Amber fanno la pace: il gigante del latte fondato da Calisto Tanzi diventa tutto francese e dirà addio (per la seconda volta) a Piazza Affari.

La multinazionale francese dei formaggi compra un pacchetto del 7% del colosso alimentare italiano. Sale così al 95% del capitale: partirà un’Opa residuale sul 5% rimanente. Il fondo attivista Amber, storico azionista del gruppo di Collecchio, ha venduto la sua quota, assieme ad altri soci.

Si chiude così il lungo braccio di ferro tra Amber e Lactalis, accusata dai soci di minoranza di non aver creato valore e di aver «scippato» la cassa del gruppo (13 miliardi era l’eredità del commissario straordinario Enrico Bondi) con l’acquisizione, in conflitto di interessi, della consociata Lag.

Parmalat diventerà totalmente una società privata in mano a Lactalis. Buona la seconda in casa della famiglia Besnier, la riservatissima famiglia francese che ha costruito un impero mondiale del latte e dei formaggi da Laval, cittadina agricola a 300 chilometri di Parigi. Lactalis ci aveva già provato a fine 2016 a prendersi tutta Parmalat e a portarla via dalla Borsa. Sempre sotto Natale, coincidenza o casualità. Ma allora l’Opa era miseramente fallita proprio per l’ostruzionismo di Amber (e l’aiuto involontario di Bankitalia, azionista di Parmalat ma neutrale per statuto di fronte alle offerte di acquisto). Due anni dopo, Lactalis ci riprova e stavolta tutto andrà secondo i piani.

Sette anni sulle montagne russe

I francesi avevano scalato Parmalat nel 2011, pochi anni dopo il ritorno in Borsa seguito al crack di Calisto Tanzi, spendendo 3 miliardi per conquistare la maggioranza. Il più grande produttore italiano di latte, però, era rimasto quotato e questi sette anni non sono stati una passeggiata per Lactalis in Italia: un continuo fuoco di fila da parte degli azionisti di minoranza, Amber in testa; indagini della magistratura non ancora chiuse (a Roma c’è pendente una richiesta di processo agli ex amministratori); e battaglie giudiziarie, quelle con la banca d’affari americana Citi risalente ai tempi del crack; e scandali alimentari (i vasetti di yoghurt KYR prodotti in Francia e ritirati dal mercato italiano).

Nel frattempo l’industria del latte è finita sotto forte stress: consumi in calo, anche per effetto della montante ondata “vegana”; costo della materia prima in rialzo e margini sempre più risicati. Il Canada, un tempo uno dei paesi più forti per Parmalat, ha perso molto terreno (e per recuperare proprio pochi giorni fa Parmalat ha messo a segno un’importante acquisizione, comprandosi tutta la divisione formaggi di Kraft, il più grande gruppo alimentare al mondo); il Sud America sconta le ingenti svalutazioni del Venezuela.

Parmalat ha chiuso i primi 9 mesi del 2018 con un giro d’affari sceso 4,53 miliardi di euro, in calo di 307 milioni (-6,3%) proprio a causa della devastante crisi economica di Caracas.

Due litiganti, due vincitori

Per i francesi aver convinto Amber a farsi vendere le sue azioni, dopo il «Niet» di due anni fa, è una doppia vittoria: loro che hanno fatto della segretezza un mantra, finalmente porteranno anche Parmalat dentro al loro cono d’ombra, dopo essere stati costretti a condividere col mercato informazioni che mai avrebbero reso pubbliche. In più non dovranno più confrontarsi con azionisti di minoranza che hanno dato filo da torcere e messo più volte i bastoni tra le ruote.

Ma passeranno un buon Natale anche negli uffici di Piazza del Carmine a Milano, sede italiana del fondo del finanziere Joseph Ourghulian: Amber esce da Parmalat con una rotonda plusvalenza e potrà dirottare la liquidità smobilizzata su partite molto più strategiche a Piazza Affari (a partire da Tim).

In una versione precedente dell’articolo avevamo erroneamente citato la capitale della Colombia Bogotà per indicare nel suo complesso il Venezuela. Ce ne scusiamo con i lettori

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