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L’esercito delle «Triple B» che minaccia di mettere a ferro e…

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L'Inchiesta |la crescita dei debiti

L’esercito delle «Triple B» che minaccia di mettere a ferro e fuoco Wall Street

(Adobe Stock)
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Provate a riversare un enorme quantitativo di acqua da un lago in un bacino inferiore. Difficilmente quest’ultimo reggerà l’urto, come purtroppo la storia insegna, a meno che il liquido non possa defluire via più o meno con la stessa rapidità. Qualcosa di simile potrebbe avvenire nel mondo finanziario nei prossimi mesi, con conseguenze potenzialmente molto serie: il lago superiore della metafora è costituito nella realtà dai titoli obbligazionari emessi da società con merito di credito elevato, quegli investment grade il cui livello è cresciuto a dismisura negli ultimi anni soprattutto a causa dell’enorme liquidità che le Banche centrali hanno riversato sui mercati. Il bacino inferiore, che rischia di tracimare, è invece quello degli high yield, i bond emessi dalle società con merito di credito più basso, definiti in gergo junk, «spazzatura».

A scatenare il temuto travaso tra i due potrebbe essere un’eventuale recessione, che gli investitori sembrano già iniziare a scontare. Il bacino superiore, quello degli investment grade, che negli Stati Uniti valgono ormai 5mila miliardi di dollari e 9.200 miliardi a livello globale, è infatti costituito ormai per metà da titoli emessi da società con rating «Bbb», ovvero il gradino immediatamente sopra il livello spazzatura. Basterebbe poco, appunto una frenata del ciclo economico, per farli precipitare al piano inferiore, che al momento vale appena 1.200 miliardi negli Usa e 2.100 miliardi nel mondo, cambiandone i connotati.

General Electric, che di recente ha fatto parlare molto di sé, è un tipico esempio: i suoi bond da soli valgono 115 miliardi: dovessero essere declassati dall’attuale livello «Bbb» aumenterebbero di quasi il 10% il valore degli high yield Usa. Non sarebbe già poco, ma le società che si trovano in una situazione simile al colosso dell’energia sono molte di più: Morgan Stanley calcola che il 31% dell’universo delle «Bbb» americane abbia un debito superiore di almeno quattro volte rispetto ai mezzi propri e che, se si guardasse alla sola leva finanziaria, il 55% delle società sarebbe stata già declassata a junk. Proiettando gli scenari delle ultime tre recessioni, Morgan Stanley nota che a rischiare stavolta sarebbero bond in media per 850 miliardi di dollari e fino a 1.100 miliardi: quasi l’equivalente del mercato attuale dei titoli ad alto rendimento.

Il rischio dei fondi passivi
La cosa in sé non sembrerebbe così irreparabile per i risparmiatori (dopotutto non è detto che quei bond finiscano in default) se non fosse che una bella fetta di investimenti avvengono attraverso fondi comuni o Etf che non resterebbero indenni all’improvviso cambiamento di scenario. Una bella fetta di questi strumenti - circa il 30% di quelli inseriti nella categoria investment grade e quasi il 15% degli high yield Usa, secondo Deutsche Bank - investe infatti senza scegliere le singole società, ma semplicemente replicando quegli indici generali di mercato che verrebbero stravolti.

FOCUS SUI FONDI PASSIVI
Quanti investono replicando il Benchmark. In % del totale (Fonte: Deutsche Bank Research)

E se i primi sarebbero costretti a togliere dal proprio portafoglio in modo frettoloso i titoli declassati, i fondi high yield che seguono strategie passive «dovrebbero vendere pro quota i titoli già detenuti per far spazio ai nuovi arrivi, mettendo così una significativa pressione sui loro spread a prescindere dal cambiamento dei fondamentali economici», sottolinea Alessandro Balsotti, strategist di JcI Capital. «Il ribilanciamento degli indici a fine mese e l’incredibile varietà di titoli obbligazionari presenti sul mercato per ogni emittente – ciascuno con caratteristiche diverse e presente in quantità ridotte - ingabbia le strategie passive all’interno di vincoli di replicabilità poco praticabili», conferma Carl Eichstaedt, gestore di Western Asset, società del gruppo Legg Mason.

Il precedente Petrobras
La scarsa liquidità dei mercati gioca un ruolo rilevante in questo fenomeno e per scovare un precedente del genere non occorre poi andare troppo indietro nel tempo. «Nel 2015 - ricorda Eichstaedt - i bond Petrobras subirono forti oscillazioni in concomitanza con l’esclusione dal paniere di riferimento investment grade: questo dimostra quanto rapidamente un mercato possa diventare illiquido e si possano generare reazioni violente». Un caso come quello della compagnia brasiliana (il cui debito valeva 56 miliardi di dollari, la metà di quello attuale di General Electric) innescò una reazione a catena sul mercato high yield, che in quel 2015 da incubo cedette il 10% del valore su scala globale.

Chi rischia negli Usa (e in Italia...)
Difficile stabilire a priori se la situazione possa ripetersi e soprattutto in quale misura, ma sono in molti ad additare al «gigantismo» dei Tripla B come uno dei principali rischi futuri per la stabilità dei mercati finanziari. Di sicuro si sa che i fondi Usa che investono in high yield gestiscono attività per 240 miliardi e che, se l’indicazione di Deutsche Bank sui fondi passivi si rivelasse corretta, patrimoni per circa 36 miliardi sarebbero potenzialmente interessati dal fenomeno del ribilanciamento forzato dei portafogli. In Italia invece, dati Assogestioni alla mano, i fondi che investono in titoli ad alto rendimento Usa valgono poco più di due miliardi di euro, ma vi sono anche obbligazionari high yield in euro per 13,4 miliardi e «internazionali» per 12,8 miliardi. Non sarà forse la mina subprime del 2007-2008, ma sottovalutare la sua potenza potrebbe rivelarsi un errore fatale.

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