Finanza & Mercati

Petrolio, Arabia Saudita «assolta» dagli Usa dopo i tagli Opec

  • Abbonati
  • Accedi
Servizio |perry incontra al falih

Petrolio, Arabia Saudita «assolta» dagli Usa dopo i tagli Opec

Il ministro saudita Khalid Al Falih, a sinistra,  con il segretario per l’Energia Usa Rick Perry (foto  inviata via Twitter da Al Falih)
Il ministro saudita Khalid Al Falih, a sinistra, con il segretario per l’Energia Usa Rick Perry (foto inviata via Twitter da Al Falih)

L’Opec l’ha passata liscia con gli Stati Uniti. A tre giorni dal taglio della produzione di petrolio, non solo il presidente Donald Trump è rimasto tranquillo, ma Washington ha espresso rinnovata fiducia verso l’Arabia Saudita, affermando che «continua a vederla come un alleato importante, in particolare nel campo dell’energia».

Il messaggio non arriva dalla Casa Bianca, ma ha comunque il sigillo dell’ufficialità. Si tratta infatti del comunicato con cui il dipartimento dell’Energia Usa commenta l’ultima missione del segretario Rick Perry, che ieri ha visitato l’Arabia Saudita per l’appunto e poche ore prima il Qatar: due tappe significative, considerato che l’ultimo vertice Opec è stato segnato anche dall’uscita di Doha dall’Organizzazione. Molti analisti hanno attribuito l’addio alle controversie con Riad, che da oltre un anno guida un embargo economico ai danni dell’emirato.

Attraverso Perry, Washington si è mossa su entrambi i fronti. In Qatar il segretario all’Energia ha ribadito il «supporto dell’Amministrazione Usa» per un «alleato energetico strategico nella regione» ed esortato il ministro Saad Al Kaabi, appena rientrato da Vienna, a considerare «potenziali maggiori investimenti negli Usa da parte di Qatar Petroleum».

La compagnia è già socia di ExxonMobil e Chevron nel progetto Golden Pass Lng, mega impianto per l’export di gas Usa per cui Al Kaabi ha detto al Sole 24 Ore di essere «molto vicino» a dare via libera all’investimento.

In Arabia Saudita al centro della scena c’era il petrolio. Perry ha incontrato il ceo di Saudi Aramco, Amin Nasser, ma soprattutto ha riabbracciato il ministro Khalid Al Falih, ex compagno di studi universitari in Texas, che aveva visto solo tre mesi fa.

Secondo fonti Reuters a settembre i due avevano concordato le forniture extra con cui Riad – d’accordo con Mosca – avrebbero attenuato l’impatto delle sanzioni contro l’Iran. È possibile che il coordinamento con gli Usa sia proseguito.

Il dipartimento dell’Energia Usa non fa mistero del fatto che tra i temi discussi ieri da Perry e Al Falih c’è stato «l’annuncio della settimana scorsa sui tagli di produzione Opec». L’americano «ha reiterato che sono necessari un’offerta stabile e valori di mercato» (sic).

Colloqui «sulle condizioni del mercato petrolifero» sono stati confermati anche dal saudita, in un messaggio via Twitter (il social media più amato da Trump) corredato da una serie di foto con l’amico Perry. In una la coppia sorride mostrando i pollici rivolti verso l’alto.

Al Falih – che a Vienna era stato sorpreso con Brian Hook, il rappresentante Usa per l’Iran – dopo il vertice Opec aveva rivendicato l’indipendenza del gruppo, dicendo che «non si fa guidare da nessuna agenda politica».

Il ministro saudita aveva però anche scherzato sul fatto che probabilmente i produttori di shale oil americani, in difficoltà con il prezzo del barile troppo basso, avrebbero accolto «con sollievo» il taglio da 1,2 milioni di barili al giorno deciso con la Russia e gli altri alleati non Opec.

Ieri sulla scia dei listini azionari il greggio è tornato sotto pressione: il Brent ha perso oltre il 2%, ripiegando verso 60 dollari, anche se sul fronte dei fondamentali sono intervenute almeno altre due notizie di marca rialzista.

La prima riguarda la Libia, dove proteste di gruppi tribali hanno costretto a fermare il giacimento Sharara, il più grande del Paese: la compagnia Noc, che ha dichiarato lo stato di forza maggiore, stima la perdita di 315mila bg, più altri 73mila bg del vicino campo di El Feel (di cui è socia Eni), che dipende da Sharara per le forniture elettriche.

L’altro elemento rialzista sono le importazioni di greggio della Cina, al record storico di 10,5 mbg in novembre (+14,1% da ottobre): un segnale importante in un momento in cui si teme una frenata della domanda petrolifera, anche se il boom di acquisti di Pechino dipende probabilmente da ordini extra effettuati quando si prevedeva un azzeramento delle forniture iraniane.

© Riproduzione riservata