Finanza & Mercati

Franco Bernabè: «Scorporare la rete non serve più …

  • Abbonati
  • Accedi
L'Analisi |INTERVISTA

Franco Bernabè: «Scorporare la rete non serve più Tim-Open Fiber: intesa sensata»

Franco Bernabè (Ansa)
Franco Bernabè (Ansa)

Lo scorporo della rete d’accesso Telecom non risolve i problemi. Sorprende l’affermazione di chi ha passato anni a cercare di realizzare il progetto. «Non è più d’attualità – dice Franco Bernabè, per due volte ceo Telecom – perché oggi il progetto Open Fiber investe tutta la rete e non solo l’ultimo miglio. Così però si è allargato il problema perché rischiano di svilupparsi due reti sovrapposte e in competizione tra loro».

È da oltre dieci anni che si parla di separare la rete da Telecom, ma evidentemente l’operazione non è così semplice visto che finora non se ne è fatto nulla. Cosa si voleva ottenere con questa iniziativa?
Lo scorporo era finalizzato a separare le infrastrutture passive di accesso con l'obiettivo di risolvere il pesante contenzioso con gli Olo (gli operatori alternativi, ndr), ottenere un regime regolatorio più favorevole e valorizzare un’importante infrastruttura con multipli superiori a quelli delle società di tlc. Valorizzazione di Borsa a parte, l’obiettivo è stato comunque perseguito con la creazione di Open Access che ha realizzato la separazione funzionale della rete d’accesso dal resto dell’infrastruttura e ha consentito di ottenere l’equivalenza delle condizioni al cliente finale tra gli Olo e le strutture commerciali di Telecom Italia.

Non pare però che questo sia servito a frenare la pulsione, che periodicamente riaffiora, di fare a pezzi Telecom. Come si spiega?
Dopo la privatizzazione Telecom è sempre stata un soggetto debole che gli azionisti che si sono succeduti non hanno saputo tutelare. Lo Stato ha cercato più volte di intervenire per rimediare a una privatizzazione fatta con modalità di cui si è pentito, ma senza avere mai le idee ben chiare su come farlo.

Telecom è stata ripetutamente incolpata di essere in ritardo con l’ammodernamento della rete, con l’accusa, di volta in volta, o di essere schiacciata da un debito troppo pesante o di dover comunque remunerare i suoi azionisti, tra i quali non c’era più lo Stato.
Telecom a riguardo non ha fatto altro che mettere in atto le stesse strategie degli incumbent (ex monopolisti, ndr) europei più efficienti. La rete è stata completamente rifatta negli anni '90, ai tempi era tra le più moderne al mondo. Poi, otto anni fa, ha iniziato a sviluppare la banda ultralarga con lo step intermedio dell'Fttc (Fiber to the cabinet) per arrivare a un'infrastruttura tutta in fibra che, nei programmi di Telecom, sarebbe comunque stata realizzata in un arco di tempo ragionevole. La differenza rispetto ad altri Paesi è che l’Autorità delle comunicazioni non ha consentito all’incumbent di utilizzare il vectoring (tecnologia che migliora la performance della rete in rame, ndr) sulla rete Vdsl (Very high bit rate digital subscriber line). Ancora oggi basterebbe attivarlo per avere una copertura a banda ultralarga tra le più estese in Europa.

Cosa ha fatto invece l'Agcom?
Circa otto anni fa l’Agcom aveva definito il processo di transizione verso le reti di nuova generazione lungo due direttrici. Da una parte, l’architettura di rete d'accesso Fttc, che portava la fibra fino all’armadio stradale, e dall’altra, la concorrenza infrastrutturale nella rete d'accesso attraverso l'affitto dell'infrastruttura che va dall'armadio stradale alla abitazione del cliente. Su queste basi vennero realizzati investimenti da parte degli Olo, anche importanti, come nel caso di Fastweb.

Evidentemente ora c’è un ripensamento se si torna a parlare di una rete unica.
Fastweb oggi dispone di 20mila armadi stradali propri – rispetto ai 140mila di Telecom – e difficilmente, avendoci investito, tornerà indietro.

Non può essere un buon motivo per aderire alla rete unica la possibilità di ottenere una remunerazione certa degli investimenti col meccanismo Rab, che è già utilizzato per esempio per stabilire i pedaggi autostradali?
Non credo, perché Fastweb e gli altri operatori alternativi dovrebbero essere risarciti per gli investimenti fatti che sono duplicazioni di investimenti già esistenti.

Ma ha senso che esistano due reti d'accesso, quella di Telecom e quella di Open Fiber?
In teoria sì perché in quasi tutti i Paesi occidentali c'è la rete telefonica e la rete della tv via cavo. Il problema è che in Italia la rete alternativa non nasce per servire il pubblico della televisione – che peraltro utilizza due piattaforme alternative, il satellite e il digitale terrestre – ma insiste sullo stesso mercato servito dalla rete di Telecom Italia.

E dunque?
Dunque, nella pratica, è difficile che possano coesistere, dato che nel mercato delle tlc i clienti li hanno Telecom e gli Olo e il processo di migrazione dei clienti a una rete alternativa rischia di essere molto lento. Per attirare clienti Open Fiber sarà costretta ad attuare una politica di prezzi molto aggressiva, a scapito del suo conto economico, mentre Telecom sarà costretta ad accelerare la transizione verso la fibra, deprimendo il valore degli investimenti fatti nel Vdsl e aumentando l'indebitamento.

Quindi, anche senza Rab, sarebbe più logico accorpare le due infrastrutture per evitare di duplicare gli investimenti.
La soluzione più pratica sarebbe l'acquisto di Open Fiber, o il suo conferimento in Telecom con una valutazione che riconosca i costi finora sostenuti e l'effettivo valore dei contratti acquisiti. Fatto questo, Telecom dovrebbe garantire una totale terzietà della rete. Non credo però che sarà facile per gli azionisti accordarsi sui valori.

Vorrebbe anche dire che lo spin-off della rete torna d’attualità, per essere coerenti con la premessa.
Penso che in futuro le società di telecomunicazioni si concentreranno sempre di più sui servizi infrastrutturali e avranno bisogno di una rete integrata con soluzioni di avanguardia come l'edge computing. L'evoluzione tecnologica renderà sempre più ampia la scelta delle tecnologie di accesso.

Separare i servizi dal resto di Telecom potrebbe quindi agevolare una soluzione?
Mentre lo scorporo delle infrastrutture passive della rete d'accesso era un progetto realizzabile, separare la rete nella sua totalità è impossibile in termini pratici e comprometterebbe la sopravvivenza stessa della società. Telecom, senza rete, diventerebbe un puro reseller di servizi, con ricavi declinanti e una struttura di costi insostenibile. Inoltre con il 5G ci sarà una sostanziale integrazione tra rete mobile e rete fissa e Telecom non potrà fare a meno della rete fissa che le garantisce di potere ampliare in accesso la fibra che serve a garantire i servizi del 5G. Credo comunque che il 5G e il potenziamento della rete Telecom renderanno ancora più difficile la sostenibilità di due infrastrutture.

In alternativa?
Se non si intende vendere o conferire Open Fiber a Telecom, con la possibilità per Cdp di incrementare per questa via la quota in Telecom, una soluzione più semplice sarebbe una collaborazione tra le due reti mediante accordi che consentano a Telecom di utilizzare la rete di accesso in fibra in funzione dell'evoluzione della domanda. Questo avrebbe per Telecom il vantaggio di diminuire il fabbisogno di investimenti e per Open Fiber di aumentare i propri ricavi.

Insomma, una soluzione si può trovare?
C'è una molteplicità di soluzioni, occorrerebbe però analizzarle senza i pregiudizi che hanno caratterizzato la discussione finora e nel rispetto dei legittimi interessi dei consumatori e di tutti gli operatori di un settore che è stato molto penalizzato.

© Riproduzione riservata