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Nissan, Ghosn regge al carcere: «Io innocente, accuse…

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RENAULT

Nissan, Ghosn regge al carcere: «Io innocente, accuse infondate»

(Afp)
(Afp)

«Sono innocente» e «detenuto ingiustamente in base ad accuse infondate». Trascinato in manette dal centro di detenzione di Kosuge al Tribunale Distrettuale di Tokyo, dopo 50 giorni e 50 notti di detenzione Carlos Ghosn ha potuto finalmente difendersi pubblicamente, leggendo una dichiarazione per una decina di minuti (raddoppiati con la traduzione), nel corso di una udienza preliminare chiesta dalla sua difesa, che ne ha invocato la scarcerazione. Ma lo stesso capo del suo team legale, Motonari Otsuru, ha indicato che Ghosn potrebbe restare in carcere almeno per altri sei mesi, ossia fino all’avvio del processo. Il giudice presidente, Yuichi Tada, ha anticipato che oggi la richiesta di scarcerazione sarà respinta, per il pericolo di fuga e inquinamento delle prove.

Come ogni altro detenuto nella sua situazione, Ghosn è comparso in tribunale senza cravatta (per evitare eventuali tentativi di suicidio), con ciabatte plastificate ai piedi (contro il pericolo di fuga) e un laccio al girovita: capelli ingrigiti alla radice, guance scavate, dimagrito (il figlio Anthony ha detto che ha perso 10 chili), l’ex presidente di Nissan - che l’ha cacciato subito dopo il suo arresto del 19 novembre - è parso ben determinato a difendere la sua reputazione.

L’accusa di aver sottostimato i suoi compensi per un totale di 44 milioni di dollari in 8 anni nei report alle autorità di Borsa non starebbe in piedi, in quanto l’ammontare contestato - compensi differiti al momento della pensione, non già incassati - non sarebbe stato precisato in modo fisso, mentre la decisione di non includerlo nei report sarebbe stata presa con l’approvazione del board e il parere di legali e consulenti esterni. L’ulteriore accusa - aver utilizzato fondi Nissan per coprire perdite su derivati, con successive erogazioni ingiustificate a un uomo d’affari saudita che l’ha aiutato finanziariamente - non starebbe in piedi in quanto Nissan non ebbe perdite patrimoniali su una operazione concordata, mentre i pagamenti a Khaled Juffali sarebbe giustificati dalle sue attività per conto del gruppo. In una conferenza stampa al Foreign Correspondents’ Club di Tokyo (in diretta streaming, mentre in aula è proibita ogni ripresa), i suoi legali hanno detto di aver avuto accesso ai verbali del board che approvarono la copertura temporanea delle perdite personali su swap valutari, con l’impegno di Ghosn a evitare perdite all’azienda.

Critiche alla magistratura, dunque, e sottolineatura del coinvolgimento di altri executive - tra cui, evidentemente, il suo nemico numero uno, l’attuale ceo Hiroto Saikawa - nelle decisioni che gli sono costate il carcere, ma senza gridare al complotto. Nonostante le spartane condizioni di detenzione e i continui interrogatori senza la presenza degli avvocati, Ghosn non ha ceduto alle pressioni di un sistema penale che la stessa avvocatura giapponese definisce spesso «hitojichi shiho», sistema basato su ostaggi (in cui l’ostaggio è l’arrestato e il riscatto la confessione): una doppia proroga dei termini già abnormi (22 giorni) del fermo di polizia non è bastata a strappargli ammissioni di colpevolezza. Quanto al merito delle accuse principali, c’è chi parla di «tentativo di criminalizzazione di deficienze sistemiche nella corporate governance», come fa Stephen Givens, esperto giuridico a Tokyo: in fondo Ghosn è finito in carcere per aver firmato documenti in lingua giapponese sulla cui preparazione e approvazione sono coinvolte parecchie persone e «gli obblighi legali relativi ai report sono obblighi societari, non personali». Quanto alle ultime accuse, molti esperti evidenziano le difficoltà a provare in giudizio che sia stato commesso un reato in mancanza di danni patrimoniali alla presunta parte lesa. L’accusa, comunque, non ha scoperto alcuna carta: i legali di Ghosn hanno detto di non sapere nulla più che dalle indiscrezioni di stampa sui patteggiamenti raggiunti dalla procura con dipendenti Nissan che sosterrebbero l’impianto accusatorio.

In gioco non c’è solo la reputazione e la libertà personale di un uomo, ma il destino dell’alleanza quasi ventennale tra Nissan e Renault di cui il top manager - che resta presidente e Ceo del gruppo francese, sostituito solo ad interim da Thierry Bolloré come ad - era considerato il perno. La «conspiracy theory» corrente vede nella vicenda una «ragion di stato» giapponese, aziendale e non, finalizzata a impedire una maggiore integrazione - caldeggiata dal governo francese e nei piani di Ghosn - che avrebbe finito per portare il controllo di Nissan e Mitsubishi Motors in mani straniere. Da Harvard Alan Dershowitz ha parlato di «disputa economica ed etnica» tra «xenofobi giapponesi e un executive straniero». La veemente proclamazione di innocenza di Ghosn appare a doppio taglio dove la ragion di stato è stata inventata: chiaro che a Parigi si pensi a come salvare l’alleanza, al di là dei destini personali.

In concreto, Saikawa ha respinto per la seconda volta le sollecitazioni di Renault per la convocazione di una assemblea dei soci, e ipotizzato futuri cambiamenti dell’intreccio azionario. «Certo una rottura dell’alleanza indebolirebbe entrambe le società in un momento di rapidi cambiamenti del settore - opina il consulente Takaki Nakanishi, ipotizzando che Nissan punti a riequilibrare l’intreccio azionario verso un paritario 20% che la lasci libera di perseguire strategie autonome.

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