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Carige, ecco perché servono subito 500 milioni

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Carige, ecco perché servono subito 500 milioni

Se lo scoglio contro il quale hanno sbattuto le banche regionali finite in secca sono i prestiti facili non restituiti, va dato atto agli ultimi timonieri di Carige di aver tentato di correggere la rotta. Non ancora abbastanza per mettere al sicuro la banca genovese, ma almeno per darle la speranza di poter risvegliare un giorno l'interesse di un principe azzurro. Prima però Carige deve fare pulizia tra i crediti marci, eliminandone almeno altri 850 milioni netti, per poi cercare 200 milioni di nuovo capitale, in aggiunta al prestito da 320 milioni delle altre banche che comunque andrà rinegoziato, visto che il tasso è schizzato a un proibitivo 16%, gravando i costi di 52 milioni di interessi lordi all’anno. Impresa non scontata, ma l’alternativa è la nazionalizzazione che brucerebbe buona parte dei capitali privati.

Il confronto con Etruria & C.

Con l’aiuto di R&S-Mediobanca, «Il Sole-24Ore» ha ricostruito la situazione attuale di Carige, con particolare riguardo ai crediti deteriorati, ponendola a confronto con gli ultimi dati della Popolare dell’Etruria e delle altre banche regionali appena prima del dissesto. Anzitutto, le perdite su crediti in percentuale dei ricavi (margine di contribuzione): se pesano troppo, si mangiano gli utili e le perdite finiscono per erodere il capitale. Veneto Banca era arrivata al 180,5% nel suo ultimo anno di vita autonoma, Popolare Vicenza al 171%, Carimarche a oltre 152% e Etruria a oltre 122% prima di saltare. Tutte le banche finite in amministrazione speciale avevano indicatori più alti di Carige che nei primi nove mesi 2018 evidenziava un rapporto tra perdite su crediti e margine di contribuzione del 57,3%, in rientro dal 76% di fine 2017. Il confronto sul Texas ratio (crediti deteriorati lordi in percentuale del patrimonio netto tangibile più i fondi svalutazione crediti) – che segnala febbre oltre il 100% - conferma il minor peso, in termini relativi, delle partite incagliate genovesi rispetto alle situazioni più critiche: 112,4% per Carige al 30 settembre; 209,2% per Banca Marche nel 2012, ultimo esercizio prima dell’amministrazione straordinaria; 166,5% per Etruria al capolinea dei primi nove mesi del 2014; 158% per Veneto Banca.

Le pulizie d’autunno

Il Texas ratio di Carige ai dati di fine settembre era in calo dal 135,5% del 2016, ma in aumento dal 109,3% di fine 2017. Tuttavia le azioni messe in campo successivamente hanno avuto l’effetto di abbassare la temperatura. Tenuto conto dei pacchetti deteriorati ceduti nell’ultimo scorcio del 2018 – 366 milioni lordi di “unlikely to pay” (incagli e crediti ristrutturati), lo stralcio di altri 100 milioni di Utp e la cartolarizzazione di 964 milioni lordi di Npl (realizzati al 22,3% con un ricavato di 215 milioni) – si può stimare che il Texas ratio sia rientrato al 101,6%, appena sopra il livello di guardia. Da aprile ad agosto dello scorso anno la Bce ha vagliato 300 posizioni del portafoglio crediti per un valore di 3,7 miliardi, pari al 21% del totale degli impieghi della banca, comportando 256,5 milioni di rettifiche di valore e perdite su crediti. La conseguenza è che i conti dei primi nove mesi sono finiti in rosso per 188,9 milioni, annullando le speranze di tornare in utile nel 2018 come prevedeva il piano industriale. Le operazioni di pulizia successive hanno aumentato il conto delle perdite – l’importo stimato da R&S-Mediobanca è vicino ai 56 milioni – ma l’impatto sui ratio di vigilanza è stato minimo, una decina di punti base sul Cet1 che, pro-forma, può considerarsi sceso dal 10,8% al 10,7%.

Riportare in linea gli Npl

L’Npl ratio – il rapporto tra crediti deteriorati netti e crediti netti totali a clienti – secondo i dati Bankitalia (rapporto di stabilità finanziaria) a metà 2018 era del 6,5% per il sistema bancario italiano. È una consolazione relativa il fatto che il ratio di Carige sia molto più basso di quello – tra il 20% e il 27% - delle altre banche al momento del dissesto. Con la cessione dei pacchetti di crediti marci dell’ultima parte del 2018 si può stimare che l’Npl ratio dell’istituto genovese – rispetto alla situazione di fine settembre - sia sceso di 3 punti dal 14,6% all’11,6%. Per portarlo verso un livello allineato al sistema occorrerebbe far sparire 850 milioni di crediti dubbi al netto degli accantonamenti. Azzerando le sofferenze nette residue (216 milioni) e mettendo mano per il resto agli Utp si produrrebbero perdite aggiuntive per circa 200 milioni, che dovrebbero essere compensate con un aumento di capitale di analogo importo per rispettare il total capital requirement dello Srep, dando per acquisiti i 320 milioni tier 2 a sostegno del total capital ratio che oggi vengono forniti dall’oneroso prestito di sistema.

Sistemare i ratio

La Bce aveva chiesto un total capital requirement del 13,1% nel 2018, elevato al 13,75% per il 2019 nell’ipotesi contenuta nel prospetto dell’aumento di capitale da 400 milioni che è saltato a dicembre. Ci si arriverebbe appunto con poco più di 500 milioni di capitale di vigilanza complessivo: almeno 190 milioni di mezzi freschi e 320 milioni per compensare il prestito tier 2 da rinegoziare.

Il rischio liquidità

La crisi non giova alla reputazione, tanto più se ha comportato perdite per un miliardo (996,6 milioni), cumulate dal 2015 a oggi (fine settembre). Nel periodo la banca sotto la Lanterna ha ridimensionato di un quarto i crediti alla clientela, il totale dell’attivo è dimagrito del 21% e la raccolta da clientela si è prosciugata di oltre il 30%. La sola voce “debiti verso clienti” – principalmente i depositi – si è sgonfiata di 2,5 miliardi.
Se si diffonde il panico, si fa presto a veder fuggire i depositanti, ma i prestiti non si possono ritirare con la stessa velocità. I depositi dovrebbero almeno equiparare gli impieghi, per mantenere la banca in equilibrio e contenere il rischio che non ci sia abbastanza liquidità per soddisfare improvvise richieste di restituzione di capitali. Ma il loan to deposit ratio, il rapporto tra crediti verso clienti e i depositi, per quanto riguarda Carige era già oltre, al 123% a fine settembre, prima che saltasse l’indispensabile aumento di capitale. Per questo ci sta che il Governo abbia steso la rete, mettendo a disposizione una garanzia statale da 3 miliardi, più che sufficiente – considerate le dimensioni della Banca – a coprire future esigenze di liquidità. Garanzia che ha comunque un costo – producendo interessi per lo Stato – anche se Carige non la utilizzasse interamente.

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