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La fine del Qe non pesa: domanda record per i titoli di Stato

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La fine del Qe non pesa: domanda record per i titoli di Stato

Sarà solo una coincidenza. Ma proprio nel primo mese in cui la Bce ha riposto il suo «bazooka» e ha smesso di comprare titoli di Stato europei, questi ultimi sembrano essere diventati l’oggetto del desiderio degli investitori internazionali. Tutti i collocamenti di titoli di Stato avvenuti in queste prime settimane dell’anno hanno infatti registrato una quantità record di ordini d’acquisto: Spagna, Italia, Portogallo, Irlanda e Belgio hanno emesso titoli in queste settimane, raccogliendo tutte insieme una domanda da parte degli investitori di oltre 150 miliardi di euro. Numeri mai visti prima.

Non stiamo parlando delle tradizionali aste, ma di collocamenti avvenuti con la consulenza delle banche che periodicamente tutti i Governi organizzano. Ebbene: mai questi Stati avevano incontrato un tale appetito da parte degli investitori. La Spagna per emettere un bond decennale ha raccolto ordini d’acquisto pari a quasi 50 miliardi, l’Irlanda a 18 miliardi, il Portogallo a 24, il Belgio a 28 e l’Italia a 35. Come test per il post-Quantitative easing, non c’è male. Eppure - dicono gli addetti ai lavori - è troppo presto per dire «pericolo scampato».

Fuoco di paglia?

Il principale motivo per cui in queste settimane è arrivata una tale domanda per comprare titoli di Stato anche di Paesi periferici va cercato nel grande crollo di fine 2018: «Gli investitori hanno portafogli molto scarichi di rischio Sud Europa e Italia, per cui appena è scattato gennaio hanno dovuto ribilanciare le loro posizioni», spiega un investitore italiano. «A fine 2018 gli investitori globali avevano aumentato la liquidità - osserva un altro addetto ai lavori -. Ora sono tornati ad investirla». Anche su titoli di Paesi percepiti più rischiosi, come l’Italia.

Questo fenomeno è coerente con il rimbalzo delle Borse e con i flussi in ingresso (certificato da Bank of America) verso i bond high yield ed emergenti. Il punto è capire se siamo di fronte davvero a un’inversione di tendenza e a un rinnovato e duraturo appetito anche per i titoli di Stato italiani. Purtroppo è presto per rispondere: gli addetti ai lavori restano scettici e - almeno per ora - continuano a derubricare questo boom di domanda nel concetto di ribilanciamento dei portafogli. Tra questi ci sono gli economisti di Capital Economics, che ieri hanno scritto nero su bianco che «i bond della Periferia europea soffriranno».

Effetti benefici

A prescindere da quanto possa durare, questo momento offre un aiuto sia per gli Stati sia per banche e imprese. Raccogliere abbondante domanda permette infatti al Governo emittente, solitamente, di risparmiare un po’ sul tasso d’interesse. La Spagna, per esempio, aveva annunciato un bond decennale con un rendimento pari a 70 punti base sopra il tasso swap. Poi ha potuto limare il tasso d’interesse di qualche centesimo. Stesso discorso per Portogallo, Irlanda e Belgio. Marginalmente anche per l’Italia.

L’altro beneficio è che gli Stati hanno in certi casi potuto raccogliere più di quanto preventivato. La Spagna ha portato a casa 10 miliardi. L’Irlanda, addirittura, è riuscita a raccogliere 4 miliardi: cioè un quarto dell’intero fabbisogno del 2019. L’Italia, che quest’anno avrà da rimborsare titoli e da soddisfare esigenze per un totale di 251 miliardi, può approfittarne altrettanto: tant’è che - scrive Reuters - sta preparando un’emissione di titoli di Stato in dollari «nei prossimi mesi». Sarebbe la prima da otto anni. Ma, a cascata, anche banche e imprese beneficiano di questo stato di grazia. Anche Mps ne ha approfittato. Fintanto che il vento tira favorevole, insomma, Stati, banche e imprese cercando di cogliere la palla al balzo. Sapendo che potrebbe non durare.

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