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Carbone, Glencore ammette il rischio clima e ferma lo sviluppo di nuove…

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Carbone, Glencore ammette il rischio clima e ferma lo sviluppo di nuove miniere

Da paladina del carbone a prima della classe (tra le minerarie) nella lotta al cambiamento climatico. Con un inatteso voltafaccia Glencore ha annunciato che rinuncerà ad espandere le operazioni per estrarre il più sporco dei combustibili fossili, di cui è il maggior fornitore al mondo: la sua produzione, tra carbone termico e metallurgico, resterà ferma intorno ai livelli attuali, circa 150 milioni di tonnellate l’anno.

Non solo. Il colosso svizzero delle materie prime, inchinandosi alle pressioni degli investitori, si è anche impegnato più in generale a perseguire gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima e ha promesso che darà la priorità allo sviluppo di risorse destinate alla transizione energetica, tra cui i metalli per l’auto elettrica, come cobalto, rame e nickel, di cui peraltro è già uno dei principali produttori.

Nel portafoglio di Glencore oggi nulla conta più del carbone, che nel 2018 è stato di gran lunga l’attività più redditizia, responsabile di un terzo del risultato operativo lordo, nel complesso pari a 15,8 miliardi di dollari. Il bilancio, diffuso ieri, ha evidenziato difficoltà in altre aree (in particolare il trading) e il gruppo ha annunciato un buyback fino a 3 miliardi di dollari.

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Meno di un anno fa Glencore ancora faceva shopping di miniere di carbone, rilevando gli asset dismessi da Rio Tinto, altro big minerario che invece ha lasciato il settore. E il ceo Ivan Glasenberg – che ha iniziato la carriera proprio come trader di carbone – ha sempre difeso il ruolo di questo combustibile, altamente inquinante ma economico, nel soddisfare la sete di energia dei Paesi emergenti.

I tempi però stanno cambiando. L’emergenza ambientale ha risvegliato anche nella comunità finanziaria l’attenzione verso il problema delle emissioni di gas serra e del riscaldamento globale, che comporta rischi anche per i bilanci delle società. Il carbone è nel mirino e un numero crescente di fondi, banche e compagnie assicurative sceglie di prendere le distanze dal settore.

Il cambio di rotta di Glencore non a caso è stato concordato con Climate Action 100+, che riunisce investitori istituzionali con oltre 32mila miliardi di dollari in gestione. A guidare il dialogo è stata la Chiesa anglicana, che ha applaudito la “conversione” del gruppo.

«Il fatto che abbiano accettato di non espandere la capacità nel carbone lancia un chiaro messaggio», ha commentato Edward Mason, a capo degli investimenti responsabili della Church Commissioners of England, auspicando che altre minerarie seguano l’esempio. «Il carbone non è più un elemento sostenibile del portafoglio».

Glencore non ha comunquenessuna intenzione di rinunciare alla sua gallina dalle uova d’oro. E l’impressione è che l’annuncio di ieri sia almeno in parte un’abile operazione d’immagine.

Il gruppo, fa notare Prakash Sharma, direttore ricerca di Wood Mackenzie, è responsabile di un quarto delle esportazioni mondiali di carbone termico e ha una posizione dominante soprattutto nelle forniture di alta qualità, che continueranno a essere le più richieste: «Limitare la produzione è significativo perché con una minore offerta i prezzi potrebbero restare elevati. Glencore privilegia il valore piuttosto che i volumi».

Una strategia in stile Opec, che lo stesso Glasenberg non prova nemmeno a negare. «Promette bene per il prezzo – ha ammesso il ceo di Glencore – Il carbone è una delle poche materie prime al mondo per cui non si prevede una grande crescita dell’offerta».

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