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L’Europa dice stop all’olio di palma nel diesel. E ora rischia…

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Servizio |produttori in rivolta

L’Europa dice stop all’olio di palma nel diesel. E ora rischia una guerra commerciale

La raccolta del frutto della palma in Malaysia (Reuters)
La raccolta del frutto della palma in Malaysia (Reuters)

L’Europa ha detto stop all’olio di palma come carburante: una decisione presa a tutela dell’ambiente, ma che ora ci espone al rischio di una guerra commerciale con i maggiori Paesi produttori, la Malaysia e l’Indonesia.

I criteri sui biocombustibili approvati ieri dalla Commissione Ue – e destinati a diventare legge se non vi saranno obiezioni da parte dell’Europarlamento e degli Stati membri – stabiliscono che dal 2030 l’olio di palma, con rare eccezioni, non dovrà più entrare nei serbatoi delle auto. La riduzione comincerà in modo graduale nel 2023 ma fin d’ora non si potranno incrementare i consumi.

L’esecutivo Ue ha concluso che l'impiego di altri oli vegetali miscelati col diesel potrà invece proseguire, perché non comporta danni altrettanto gravi per l’ecosistema: il 45% della crescita della produzione di olio di palma dal 2008 ha provocato deforestazione, afferma la Commissione, contro l’8% nel caso della soia e appena l’1% per colza e girasole.

La decisione – legata all’obiettivo di aumentare al 32% la quota di rinnovabili nel mix energetico europeo – minaccia di sollevare reazioni molto dure da parte di Malaysia e Indonesia, che insieme contano per oltre l’80% dell’offerta mondiale di olio di palma e già soffrono a causa di una contrazione dei consumi anche nell’industria alimentare.

Il Consiglio dei Paesi produttori di olio di palma, creato dai due Paesi asiatici e dalla Colombia, ha già anticipato un possibile ricorso alla Wto contro quella che considera una misura «discriminatoria» e contraria ai principi della libertà di scambio.

Il ministro del Commercio indonesiano, Enggartiasto Lukita, si era spinto oltre. «Se cominciate una guerra commerciale, possiamo farlo anche noi», aveva intimato alla Ue qualche mese fa attraverso un’intervista alla Nikkei Asian Review, minacciando di boicottare una lunga serie di prodotti europei. «Possiamo smettere di comprare Airbus. Possiamo anche smettere di comprare latticini dall’Europa, così colpiremo i produttori di latte, come con l’olio di palma sono colpiti i nostri coltivatori. Potremmo pure smettere di comprare vino dall’Europa».

Malaysia e Indonesia da tempo hanno unito le forze per cercare di contrastare l’ostracismo nei confronti dell’olio di palma, che nasce non solo dalla lotta alla deforestazione, estremamente dannosa per il cambiamento climatico, ma anche da una presunta tossicità: l’olio di palma nei prodotti alimentari in realtà non è più nocivo di altri grassi con cui spesso viene sostituito.

I due Paesi da un lato hanno avviato azioni di lobbying, dall’altro hanno adottato criteri più stringenti per limitare l’ulteriore espansione delle coltivazioni e offerto il loro sostegno alla creazione di una filiera sostenibile: una reazione che sta diventando obbligata, vista la crescente sensibilità verso i temi ambientali, quanto meno nel mondo industrializzato.

Francia e Norvegia hanno già approvato leggi per bandire il biodiesel da palma dal 2020. E una decina di Paesi europei, tra cui l’Italia, hanno firmato la dichiarazione di Amsterdam che impegna a promuovere l’impiego di olio di palma 100% sostenibile entro il prossimo anno. Molti grandi gruppi alimentari hanno fatto passi avanti nella stessa direzione, altri hanno ridotto tout court l’impiego di questo olio a favore di altri grassi.

Per la prima volta da oltre vent’anni la domanda di olio di palma potrebbe calare, secondo previsioni della Reuters, anche se il fenomeno ha diverse cause, tra cui buoni raccolti di colza in India e l’abbondanza di soia a buon mercato, da quando la guerra dei dazi Usa-Cina ha fatto crollare i prezzi.

Alla Bursa Malaysia il prezzo benchmark dell’olio di palma è sceso ai minimi da tre mesi (2.070 ringgit per tonnellata) ed è in ribasso di quasi il 20% dall’inizio dell’anno.

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