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Trump ordina a Gm: la fabbrica in Ohio non va chiusa, riportate il lavoro a casa

NEW YORK - “Lo stabilimento di Gm in Ohio deve restare aperto. Trovate una soluzione subito” Donald Trump ha telefonato a Mary Barra, ceo di General Motors, per manifestargli la sua contrarietà al piano di chiusura degli stabilimenti americani del car maker. Su Twitter l'indomani ha continuato a criticare il primo gruppo di automotive Usa che ha delocalizzato in Cina gran parte della produzione negli ultimi anni, dove è diventata il leader di mercato con i partner local: “General Motors e Uaw inizieranno le 'trattative' a settembre-ottobre. Perché aspettare, iniziatele ora! Riportate il lavoro a casa. Lo stabilimento di Lordstown, Ohio, deve restare aperto, magari con una forma differente e o un nuovo proprietario, SUBITO!”, ha twittato Trump. E i sondaggi di opinione hanno subito registrato un aumento del gradimento salito oltre il 42 per cento.

Secondo il presidente “i produttori di auto stanno tutti tornando negli Stati Uniti e così anche tutti gli altri. Ora abbiamo la migliore economia al mondo, invidiata da tutti”. Ha ricordato che Toyota ha deciso di investire 13,5 miliardi di dollari negli Usa in cinque anni fino al 2021. “GM deve agire in fretta”. Mary Barra sembra si sia lamentata con il presidente del fatto che il piano di dismissione è concordato con i sindacati, quasi a giustificare l'accaduto. Ma Trump ha risposto a telefono e poi sul suo media preferito, Twitter, con un ordine ultimativo: “Non mi importa di chi sia la colpa, trovate una soluzione subito”.

Gli Stati Uniti sono il secondo mercato mondiale per l'automotive per numero di veicoli venduti ogni anno, dopo la Cina. Nell'anno della vittoria elettorale di Trump, il 2016, il mercato Usa aveva raggiunto il record con 17,6 milioni di auto vendute. Nel 2018 le vendite sono scese a 17,3 milioni. Le stime per l'anno in corso parlano di un ulteriore calo. Da diversi anni le scelte dei consumatori dalle sedan e le compact car da diversi anni si sono spostate sui Suv, gli sport utility vehicles. Nella fabbrica di Gm di Lordstown, dove a regime lavoravano 3.500 persone ridotte ora poco più di 1.000, veniva prodotta la Cruze, auto compatta della Chevrolet in costante calo di vendite, scese nell'ultimo anno a solo 143mila veicoli: -23% sull'anno prima.

Il 6 marzo è stata scritta la parola fine. Negli impianti di Lordstown è stata prodotta l'ultima Cruze, prima di fermare per sempre le linee dello stabilimento. “Un giorno triste” per il senatore repubblicano dell'Ohio Rob Portman che ha invitato Gm a utilizzare la fabbrica in futuro per la produzione delle auto elettriche.

In media nel settore automotive un impianto per stare in piedi deve essere almeno all'80% della capacità produttiva. In caso contrario perde soldi se continua a produrre automobili. Nel momento in cui Gm annunciò la chiusura di Lordstown la fabbrica era al 31%, circa un terzo della sua capacità produttiva, secondo i dati di Lmc automotive.

Trump ha lanciato un invito senza possibilità di alternative a Gm e ai sindacati: “Fate in modo che il grande e bel stabilimento in Ohio riapra adesso”, ha detto al termine di una serie di tweet incrociati con l'azienda e i responsabili locali delle Union. E ancora, girando il coltello nella ferita di chi non ha ancor preso in parola i suoi inviti per ridelocalizzare all'indietro nel segno dell'America First: “Chiudete una fabbrica in Cina o in Messico, dove voi avete pesantemente investito nel periodo pre-Trump, trascurando gli Stati Uniti, e riportate il lavoro a casa!”.

A memoria, un'indicazione così forte da un capo di stato verso le scelte industriali di un'azienda privata era arrivata diversi anni fa in Francia, quando il presidente Nicolas Sarkozy aveva criticato ferocemente le scelte di Renault di delocalizzare in Romania, minacciando l'uscita dello stato francese dal capitale della società. La casa francese in seguito all'ira presidenziale aveva rivisto in parte i piani.

A novembre Gm aveva annunciato la chiusura di cinque stabilimenti in Nord America, di cui uno in Canada. Più altri due all'estero non meglio specificati. Con una riduzione degli occupati del 15%, pari a 14.700 posti di lavoro in meno. Con i tagli e la riorganizzazione il primo produttore di auto Usa prevede di migliorare il cash flow di 6 miliardi di dollari a fine 2020.

Secondo i piani della società negli Stati Uniti verranno chiusi gli stabilimenti di Lordstown e di Hamtramck, a Detroit. Più lo stabilimento di Oshawa, in Canada, attivo dal 1953, dove un tempo lavoravano 40mila operai. Tutti i modelli assemblati in queste tre fabbriche - Buick LaCrosse, Cadillac CT6, Cadillac XTS, Chevrolet Impala, Chevrolet Cruze e Chevrolet Volt – cesseranno di essere prodotti. Chiuderanno i cancelli anche le due fabbriche Gm a Baltimora, in Maryland, e a Warren, in Michigan, dove vengono realizzati motori e sistemi di trasmissione.

Poche settimane fa Gm, forse anche per via delle critiche arrivate dall'amministrazione dopo il piano di maxi tagli Usa, aveva annunciato l'assunzione di mille persone negli stabilimenti di Flint, in Michigan, per costruire la nuova generazione dei grandi pick-up Gm. Mary Barra ha anche detto che Gm prevede di aprire altre 2.700 nuove posizioni di lavoro nel corso del 2020 da altri impianti produttivi, abbastanza da assorbire gran parte dei lavoratori delle fabbriche interessate dalla chiusura. La società ha previsto in proposito un piano per favorire gli spostamenti, con un bonus una tantum di 30mila dollari per ogni lavoratore, accanto a un altro piano con uno scivolo per favorire l'uscita dei dipendenti più vicini alla pensione. Barra ha accantonato 2 miliardi di liquidità per pagare i costi legati alla riduzione del lavoro.

In ogni caso il piano di maxi-tagli di General Motors è una sconfitta per la strategia dell'America first e per la trade war di Trump. Il settore automotive è un settore globalizzato, più di altri. Fa fatica ad adattarsi a un sistema di dazi e protezioni tariffarie, con componentistica e auto che vengono prodotte dalle grandi case nei cinque continenti. Tutte le società automobilistiche stanno già pagando un prezzo pesante per la guerra commerciale Usa-Cina. Tuttavia sarà difficile per Gm ora non rispondere all'invito presidenziale. Invito lanciato con il tono di un ordine imperativo.

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