Finanza & Mercati

L’Arabia Saudita ricatta gli Usa minacciando i petrodollari

  • Abbonati
  • Accedi
Servizio |ricatto agli usa

L’Arabia Saudita ricatta gli Usa minacciando i petrodollari

L’Arabia Saudita potrebbe uccidere il petrodollaro, cominciando a vendere il suo greggio in cambio di valute diverse dal biglietto verde. È con questa minaccia che Riad dietro le quinte starebbe cercando di dissuadere gli Stati Uniti dall’approvare il Nopec, acronimo che sta per No Oil Producing and Exporting Cartel Act: un disegno di legge mirato a consentire azioni antitrust contro l’Opec, che oltre Oceano ha già completato buona parte dell’iter parlamentare.

A riferire le indiscrezioni (di fonte saudita) è la Reuters, che viene spesso utilizzata dal Paese arabo per veicolare messaggi politici senza assumere una posizione ufficiale. L’agenzia stessa sottolinea che l’abbandono del dollaro nel commercio di petrolio sarebbe un piano molto costoso e impegnativo da mettere in atto, se non altro perché la valuta saudita, il riyal, dal 1986 è agganciata al dollaro da un cambio fisso.

Si tratterebbe insomma di un’opzione in stile bomba nucleare, come dice una delle fonti citate da Reuters, che in quanto tale difficilmente sarà tradotta in realtà. Anche l’approvazione del Nopec viene comunque giudicata un’eventualità remota dalla maggior parte degli analisti. E comunque le testate nucleari (anche quelle vere) si schierano di solito come deterrente. È dunque probabile che Riad e Washington siano davvero impegnate in una sorta di escalation da guerra fredda petrolifera.

I sauditi, secondo la Reuters, avrebbero già parlato dell’ipotesi di boicottaggio del dollaro ai colleghi dell’Opec e anche a funzionari dell’amministrazione Usa.

La minaccia, se messa in pratica, avrebbe conseguenze molto serie. I sauditi controllano un decimo dell’offerta mondiale di petrolio, il cui valore a sua volta equivale al 2-3% del Pil mondiale, a seconda del prezzo del barile: ai corsi attuali, qualcosa come 2.500 miliardi di dollari.

Oltre al petrolio fisico, c’è poi quello “di carta”: sulle principali borse dei derivati, Ice e Cme, il controvalore degli scambi si aggirava intorno a 5mila miliardi di dollari l’anno scorso. Tutti i contratti sono denominati nella valuta americana, per cui se Riad la abbandonasse si porrebbe il problema di dove effettuare operazioni di hedging o comunque di come (e a che prezzo) difendersi dal rischio di cambio.

Altri Paesi stanno già cercando di erodere lo strapotere del dollaro, non solo diversificando le proprie riserve valutarie, ma anche evitando di utilizzare il biglietto verde negli scambi di petrolio. La Cina ha varato futures denominati in yuan, che stanno guadagnando un crescente successo (anche se quasi esclusivamente tra gli operatori locali). La Russia, l’Iran e il Venezuela – tutti soggetti a sanzioni Usa – prezzano il greggio in altre valute, una pratica che è andata principalmente a vantaggio dell’euro.

Persino l’Unione europea ha messo nel mirino i petrodollari, con dichiarazioni pesanti lo scorso settembre da parte del presidente Jean Claude Juncker:  «È assurdo che l’Europa paghi in dollari americani l’80% delle sue importazioni di energia, che valgono 300 miliardi di euro all’anno, quando solo il 2% circa delle forniture arriva dagli Usa».

Finora tuttavia nessuno è riuscito a insidiare davvero il ruolo del dollaro nell’industria petrolifera. Se si muovesse l’Arabia Saudita – per quanto si tratti di un’ipotesi remota – sarebbe tutta un’altra storia.

© Riproduzione riservata