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Rusal dopo le sanzioni investe negli Usa con l’alluminio…

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Servizio |jv del gruppo russo

Rusal dopo le sanzioni investe negli Usa con l’alluminio «green»

Fino a tre mesi fa Rusal era vittima delle sanzioni americane. Ora il gigante russo dell’alluminio torna da protagonista negli Stati Uniti, come partner di un nuovo impianto di laminazione da 1,7 miliardi di dollari, il primo in quasi quarant’anni nel Paese, nonché il più ecologico nella storia: l’ambizione è impiegare fin dall’inizio e al 100% metallo «a bassa intensità di carbonio», con emissioni di CO2 inferiori del 20% rispetto al competitor più virtuoso.

Lo straordinario capovolgimento delle sorti di Rusal si deve alla sua capacità di fornire alluminio di qualità in un settore, quello dell’automotive, che ne impiega quantitivi crescenti per guadagnare efficienza nei veicoli. Oltre Oceano la capacità produttiva in questo segmento oggi è insufficiente e costringe gli Usa a rifornirsi in parte dall’estero, nonostante i dazi del 10% che tuttora colpiscono il metallo di provenienza straniera.

A spalancare ai russi le porte del mercato americano è Braidy Industries, una startup nata dall’aggregazione di aziende nanotech create al Mit e in altri ambienti accademici, che ha annunciato un accordo per costituire entro luglio una joint venture con Rusal.

Se tutto procede secondo i piani, con un investimento di appena 200 milioni di dollari quest’ultima avrà in mano il 40% di un nuovo stabilimento, che sorgerà nel Kentucky – per la precisione ad Ashland, nel cuore della regione carbonifera degli Appalachi – e provvederà a rifornirlo in esclusiva dalla Siberia con circa 2 milioni di tonnellate di alluminio «green» nel corso di dieci anni, per un valore complessivo di circa 5 miliardi di dollari agli attuali prezzi di mercato.

L’impianto, denominato Atlas, dovrebbe entrare in attività nel 2021 se riuscirà a raccogliere per tempo tutti i finanziamenti necessari (la speranza è di ottenere anche fondi pubblici) e sarebbe il primo dal 1983 ad essere costruito ex novo negli Stati Uniti. La sua produzione, 800mila tonnellate l’anno tra laminati a caldo e a freddo, secondo Rusal «contribuirà a ribilanciare il previsto deficit di metallo per le carrozzerie delle auto nel mercato Usa». Ma ci sono anche altri punti di forza, esibiti con grande risalto per far breccia sugli investitori e sulle istituzioni.

«Atlas arriva sul mercato con la proposta perfetta per i consumatori – evidenzia Craig Bouchard, ceo di Braidy – Essere low cost, di alta qualità e con basse emissioni di anidride carbonica è il futuro dell’alluminio».

Sull’ambiente fa leva anche Lord Greg Barker, ex ministro britannico dell’Energia oggi alla guida di En+, la holding che controlla Rusal: «Questo è il primo passo in una relazione di lungo termine focalizzata sul creare valore reale nell’emergente economia low carbon».

Solo Rusal, secondo le due società partner, è in grado di fornire quantità così elevate di alluminio sostenibile di qualità. «Saremo felici di pagare i dazi», afferma Bouchard.

La società russa, il maggior produttore di alluminio al mondo fuori dalla Cina, era incappata nelle sanzioni americane ad aprile dell’anno scorso, quando Washington aveva messo nel mirino Oleg Deripaska per presunte «attività maligne» ai danni degli Usa: una misura di cui forse non erano state valutate appieno le conseguenze e cheaveva gettato nel caos l’intera filiera globale dell’alluminio.

Lo scorso gennaio è arrivata la “grazia”, dopo un accordo che ha sottratto Rusal al controllo dell’oligarca. Deripaska, che resta nella black list dei nemici degli Usa, possiede comunque tuttora il 45% di En+.

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