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«Sul lavoro pesano i «ma» sul reddito di cittadinanza e il buco…

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intervista a Garnero dell'ocse

«Sul lavoro pesano i «ma» sul reddito di cittadinanza e il buco buco nero della formazione»

Un giudizio positivo sull’idea del reddito di cittadinanza che diventa tuttavia critico nel momento in cui si va ai dettagli del meccanismo. Andrea Garnero, economista del dipartimento Lavoro dell’Ocse, mette a fuoco l’analisi dell’Organizzazione sulla misura da poco introdotta nella Penisola e in generale sulla situazione del lavoro in Italia, quale emerge dall’Employment Outlook pubblicato oggi. Un contesto difficile soprattutto per «le nuove generazioni che vedono le prospettive un tempo promesse, non dico garantite, venire meno», osserva Garnero. Prima del Sia (sostegno all'inclusione) e del Rei (reddito di inclusione), l’Italia «era l’ultimo Paese a non avere un reddito di ultima istanza, un reddito minimo. L’Ocse, come altre istituzioni, chiedeva da anni, se non da decenni, un reddito minimo contro la povertà estrema. Il Rei era uno strumento più piccolo, il Reddito di cittadinanza fa il salto di qualità in termini di fondi allocati», spiega poi l’economista in un colloquio con Radiocor. Tuttavia – aggiunge – «ci sono tanti ‘ma’».

I «ma» sul reddito di cittadinanza
Il primo è che «il livello è molto alto rispetto ad altri Paesi e rispetto ai salari italiani, soprattutto in certe aree del Paese e il suo design, il modo in cui è stato immaginato, non è purtroppo adeguato alla sfida». Innanzitutto «sfavorisce le famiglie» rispetto ai single, mentre dovrebbe essere il contrario. «Si è partiti dalla cifra per i single e poi il budget disponibile è stato diviso tra gli altri», è l'indicazione. La seconda grande criticità riguarda la transizione tra reddito e lavoro, che «non è stata adeguatamente riflettuta e disegnata». Secondo Garnero, l’incentivo monetario a trovare lavoro è limitato e le persone, quando anche lo trovano, dovrebbero poter mantenere parte del sussidio, perché il lavorare può comportare costi in più, come i trasporti o le spese per la cura dei bambini e degli anziani. «La situazione andrà monitorata come minimo ed eventualmente ridisegnata in corso d’opera», rileva l'esperto dell'Ocse. Quindi «il giudizio è positivo sull’idea del reddito, ma sul livello e sui dettagli, che sono quelli che contano, ci sono molte cosa da rivedere».

Il «buco nero» della formazione
Un altro grande fattore di debolezza per la Penisola – è l'altra sottolineatura – è la formazione continua, una sorta di «buco nero». «Ci sono gap importanti rispetto alla media Ocse, anche se sono stati fatti passi avanti positivi, come nel contratto dei metalmeccanici», precisa l’economista. I soldi per far funzionare la formazione in realtà ci sono, si tratta dei fondi a disposizione delle regioni, ma «bisognerebbe cercare di spenderli e spenderli bene». Oltre al settore pubblico, nella formazione dovrebbero intervenire anche le aziende che spesso lamentano le difficoltà a trovare competenze adeguate alle loro necessità. In generale, «servirebbe anche una discussione molto seria sull’attrazione di talenti e di capitale umano» e i sindacati «dovrebbero pretendere la formazione come diritto inalienabile. La formazione è l’Articolo 18 del nuovo millennio».
E’ - sottolinea l'economista - «l’unica garanzia per un lavoratore di restare sempre in piedi sul mercato, perchè rende più facile trovare un nuovo lavoro anche se l’impresa chiude». Per le aziende, poi, la formazione significa più produttività e fatturato. Quindi, nell’insieme «è una vera priorità nazionale». Ma perché in Italia c’e’ così poco lavoro, soprattutto per i giovani? «L’Italia non cresce da 20 anni. Non è crescendo a colpi di zero-virgola che si cambia qualcosa. L'Italia è’ l’unico Paese Ocse con una crescita negativa del reddito dal 2000 in poi. Su questo siamo comparabili a Paesi che hanno avuto la guerra senza avere avuto la guerra». E se l’economia ristagna, «è difficile creare lavoro».

(Il Sole 24 Ore Radiocor)

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