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Ubs: per l’Italia un sentiero stretto in caso di recessione globale

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Ubs: per l’Italia un sentiero stretto in caso di recessione globale

(Reuters)
(Reuters)

Le ultime dichiarazioni del ministro Salvini sul possibile sforamento dei parametri europei sul deficit hanno fatto risalire lo spread. Come successo nel 2018 anche per quest’anno c’è da aspettarsi un confronto duro con Bruxelles sui conti ed è difficile che un’affermazione dei sovranisti alle prossime elezioni europee possa cambiare più di tanto il contesto. Ma se su questo fronte il governo ha, almeno sulla carta, margini di manovra il sentiero rischia di farsi molto più stretto nel caso dovesse concretizzarsi la minaccia di un rallentamento dell’economia globale. Un’eventualità che, alla luce del rinnovato scontro Usa-Cina sui dazi, non è poi così remota.

Se questo scenario dovesse manifestarsi e l’economia europea finisse in recessione l’Italia sarebbe indiscutibilmente il Paese più vulnerabile secondo Ubs che, in uno studio, ha simulato le implicazioni economico-finanziarie di tre possibili evoluzioni del ciclo: 1) crescita moderata 2) recessione moderata 3) recessione pesante. Per gli analisti della banca svizzera l’Italia si salverebbe solo in caso la recessione fosse scongiurata perché, anche qualora il rallentamento dell’economia fosse di lieve entità, sarebbe alto il rischio che Roma possa perdere il rating “investment grade” per finire in territorio”junk”, ossia spazzatura. Una iattura per il nostro Paese perché comporterebbe l’uscita del debito italiano dagli indici dei bond a “basso rischio” a cui si riferiscono gli investitori istituzionali in tutto il mondo. Molti fondi esteri a quel punto potrebbero vedersi costretti a liquidare i BTp in portafoglio per evitare di violare il proprio statuto. Secondo Ubs l’unica strada possibile per riconquistare la fiducia dei mercati sarebbe, per l’Italia, quella delle riforme strutturali (pensioni in primis) combinata con una tassa patrimoniale. Misure che hanno l’effetto collaterale di amplificare ulteriormente il rallentamento dell’economia.

A fronte di una simile minaccia, che rischia di travolgere l’intera Eurozona l’unico argine resta la Bce che potrebbe allentare ulteriormente la sua politica monetaria. Gli spazi per nuovi stimoli tuttavia si sono molto ristretti. Tagliare i tassi sui depositi (attualmente a -0,4%) può mettere in forte difficoltà il settore bancario la cui redditività è stata già gravemente compromessa da anni di tassi ai minimi storici. Resta l’arma di un nuovo Qe. Ma c’è un problema: la Bce non può detenere più del 30% del debito pubblico di uno Stato membro (una soglia a cui si è molto avvicinata con gli acquisti fatti in questi anni) e la Corte di Giustizia europea ha stabilito che questa soglia non possa in nessun caso (neppure con l’Omt) superare la soglia del 50 per cento. E infine: siamo sicuri che il successore di Draghi (specie se tedesco) vorrà seguire questa strada?

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