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Utility regine dei listini globali. Vince chi punta sulle rinnovabili

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Servizio |transizione energetica

Utility regine dei listini globali. Vince chi punta sulle rinnovabili

Il livello molto basso dei tassi di interesse e le prospettive di un rallentamento della crescita dell’economia mondiale stanno mettendo le ali ai titoli delle utilities nelle principali piazze finanziarie internazionali. La media dei rialzi dell’ultimo anno segna incrementi attorno al 30%, con picchi oltre il 40% registrati dalle società elettriche nordamericane come American Electric Power. O comunque a ridosso del 40% come la spagnola Iberdrola, che ha una capitalizzazione attorno a 58 miliardi di euro. Stanno andando bene anche le azioni di aziende canadesi come Fortis, che hanno segnato un incremento del 30%.

La spiegazione più immediata che gli analisti danno del fenomeno è legata al carattere “difensivo” che le società elettriche presentano. Hanno business regolati con flussi di cassa mediamente stabili e garantiscono dividendi competitivi in un contesto di rendimenti bassi. L’aspetto più interessante emerge, però, confrontando le diverse equity stories. Si vede che il mercato da qualche anno sta operando una selezione sui diversi titoli penalizzando le strategie “negazioniste”, quelle cioè che non hanno saputo vedere per tempo il cambiamento che la transizione energetica sta comportando. Tra le aziende che hanno saputo interpretare al meglio e in anticipo la direzione da imboccare c’è Enel, che proprio venerdì ha segnato il nuovo record storico di capitalizzazione a quota 60 miliardi. La cartina di tornasole di una selezione degli investitori, basata sulla svolta precoce verso le fonti rinnovabili e l’era “carbon free”, è nella performance di Borsa evidenziata, dal 2014 a oggi, dalle due società che meglio hanno saputo indirizzare la metamorfosi nelle loro strategie, Iberdrola e Enel. La società spagnola ha aumentato la sua capitalizzazione del 60%, quella italiana del 70%. Nello stesso periodo l’indice europeo dei titoli del settore ha registrato un incremento del 2%, l’indice Ftse Mib del 6%. L’andamento medio indica che a fronte di società che hanno fatto molto bene ce ne sono state molte altre che invece hanno pagato l’incapacità di andare incontro al cambiamento.

Ma anche tra i due casi di eccellenza europea ci sono i distinguo: il colosso italiano continua a trattare a sconto rispetto alla media di settore e alla concorrente spagnola. Enel ha chiuso il 2018 con un Ebitda di 16,3 miliardi e un debito di 41,1 miliardi (pari a 2,5 volte l’Ebitda): il rapporto tra prezzo e utile (price earning) è pari a 12 volte, mentre quello tra Enterprise value e l’Ebitda è pari a 7 volte. Iberdrola nel 2018 ha raggiunto un Ebitda di 9 miliardi (il debito è di circa 35 miliardi pari a 4 volte l’Ebitda): il price earning è pari a 15 volte e un rapporto Ev/Ebitda di 9 volte. La media del settore europeo è pari a un price earning di circa 13 volte.

Se lo sconto fosse recuperato, per il titolo Enel ci sarebbero ulteriori margini di crescita della capitalizzazione per 10 miliardi. «È quanto ci aspettiamo avvenga nel breve periodo - spiega Alberto De Paoli, cfo di Enel -. In occasione della presentazione del piano industriale, a novembre, abbiamo dato importanti segnali di implementazione della strategia, che il mercato sta mostrando di aver capito e di apprezzare. Il titolo è cresciuto da allora del 25% a fronte di una crescita del Ftse Mib del 10%». I messaggi che gli analisti hanno accolto con favore sono relativi alla focalizzazione degli investimenti per le rinnovabili (oltre 10 miliardi entro il 2021) in mercati come Nord America, Cile e Spagna, considerati a forte crescita e sicuri ed il grosso impegno per la digitalizzazione delle reti di distribuzione. E ancora: una politica dei dividendi prestabilita per il triennio. È previsto il pagamento di una cedola di 33 centesimi nel 2019 (contro i 28 del 2018), 37 nel 2020 per arrivare a 39 nel 2021. A fronte di questo c’è un dividendo minimo garantito di 32 nel primo anno, poi di 34 e 36 centesimi per gli anni successivi. «Abbiamo spiegato agli investitori che il dividendo è sostenibile grazie alla struttura del business che abbiamo costruito - continua De Paoli -. Sinora abbiamo dimostrato di saper raggiungere i target annunciati, ma questo, unitamente al profondo cambio di business model, non è ancora pienamente “prezzato” dal mercato. Ma proprio la visibilità che abbiamo oggi sul futuro ci ha consentito di introdurre un dividendo minimo garantito per la prima volta su un arco triennale, basato proprio sulle minori aspettative del mercato. Il messaggio è chiaro: la realizzazione del piano garantirà un extrarendimento. Se dunque, il mercato si limitasse a riflettere progressivamente nel prezzo questa prevedibilità, Enel potrebbe arrivare a 70 miliardi di capitalizzazione. Il titolo offre un dividend yield del 6%, un rendimento molto attraente nel settore».

Basta andare oltreoceano per vedere come le valutazioni di Borsa possano avere diversi pesi e misure. La nordamericana Nexetra è la prima utility al mondo per capitalizzazione, equivalente a 85 miliardi di euro. Nell’ultimo anno il titolo è cresciuto del 33% (36,6% il rendimento al lordo della cedola, contro il 33,44% di Enel). Nel 2018 l’Ebitda è stato pari a 7 miliardi (35 miliardi il debito), meno della metà di quello di Enel. È la maggiore utility Usa nelle fonti rinnovabili: la potenza istallata è pari a 22 gigawatt, quella della società italiana il doppio, a 39 gigawatt. La prima ha 5 milioni di clienti, la seconda 70 milioni. Però Nexetra è quotata al Nyse, Enel a piazza Affari. La prima è concentrata sul mercato nordamericano, la seconda è una multinazionale presente in 34 paesi e in 5 continenti.

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