Interventi

Finanza sostenibile, attenti agli impatti sociali

di Sergio Gatti


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3' di lettura

Si è avviato a Bruxelles il negoziato a tre fra Commissione, Parlamento e Consiglio sul primo atto legislativo in materia di finanza sostenibile dell’Unione europea. Si tratta del provvedimento di base dedicato alla tassonomia, insieme di definizioni necessarie alla creazione di un linguaggio di riferimento da applicare e utilizzare in tutte le sue declinazioni nel settore finanziario.

Entra così nella fase della co-decisione il processo di produzione normativa che porterà a una vera e propria rivoluzione nelle regole bancarie e finanziarie europee. L’obiettivo è utilizzare la leva della finanza per accelerare la transizione verso un’economia più sostenibile i cui obiettivi sono scritti nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Uno degli effetti di tale imponente e costoso processo di riforma delle norme bancarie e finanziarie è la progressiva inclusione dei rischi legati al cambiamento climatico nella vigilanza micro-prudenziale.

Gli obiettivi sono rilevanti, condivisibili e urgenti. Forse un po’ meno il metodo e i percorsi adottati e disegnati. Che rischiano di rendere le regole costose, penalizzanti e insufficienti.

Costose perché la singola banca, soggetta alle normative imposte dal Decreto legislativo 254/2016 (dichiarazione non-finanziaria) dovrebbe attenersi, nel prossimo futuro, alle linee guida emanate dalla Commissione dichiarando ad esempio non solo la quantità di gas serra prodotti in un anno da tutte le attività svolte (impatto degli immobili utilizzati, dei mezzi di trasporto, delle trasferte del personale, ecc.), ma anche la quantità di emissioni nocive prodotte dalle imprese clienti finanziate. Gran parte delle imprese finanziate in Europa hanno dimensioni micro e piccole: risulterà difficile, oneroso (e forse discriminante), almeno per una fase iniziale, poter contare su informazioni complete e puntuali.

Penalizzanti perché il legislatore europeo sembra ancora poco attento ad applicare il principio di proporzionalità, cioè misure diversificate a seconda di dimensioni-complessità organizzativa-finalità imprenditoriali e propensione al rischio delle banche. Una sensibilità più spiccata negli Usa, ma anche in Svizzera, Giappone, Brasile. L’attenzione o meno alla morfologia del tessuto produttivo europeo e alla diversità del mercato bancario è un dato politico: la letteratura e l’osservazione della realtà dimostrano che la diversità è fattore di stabilità, concorrenza e democrazia.

Insufficienti perché la sostenibilità ambientale disgiunta dalla sostenibilità sociale delle norme non può funzionare. Non può tradursi in un razionamento del credito senza dare alle imprese il tempo per adeguarsi. Occorre evitare gli errori compiuti dai legislatori europei con i recepimenti, negli ultimi dieci anni, degli accordi di Basilea2 e in parte di Basilea3. Sarà necessario tenere maggiormente conto degli impatti delle regole sull’economia e sulla società (si pensi alla gestione del credito deteriorato), della necessità di una ”applicazione strutturale” del principio di proporzionalità e adeguatezza basata non solo sulla dimensione, degli effetti dei modelli di vigilanza che talvolta sembrano troppo mono-dimensionali (stabilità legata quasi esclusivamente ai rischi di credito e sottovalutazione dei rischi di mercato, ad esempio).

La finanza sostenibile non può non assumere a paradigma la connessione strettissima tra ambiente e lavoro, tra questione ambientale e sociale. La transizione energetica e produttiva (e i relativi investimenti) sarà costosa sotto il profilo dei rischi finanziari ma non può certo essere trascurato il costo sociale. Persino Papa Bergoglio, nella sua «Laudato si’» ormai quattro anni fa, evidenziando l’ineludibilità di adottare una visione integrale e attenta alle interdipendenze, sottolinea come non vi siano «due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale».

Intanto l’individuazione dell’approccio appropriato sul tema delle sostenibilità è questione cruciale, trascurata dal dibattito politico. Conviene recuperare in fretta. Le decisioni apparentemente tecniche sulle regole e sui modelli di vigilanza sono in realtà squisitamente “politiche”. Basti pensare che oltre alla valutazione circa la possibile inclusione dei fattori Esg nello Srep secondo la tabella di marcia contenuta nel Crr22 e nella Crd5 approvati in primavera, i supervisori dovranno verificare l’eventuale introduzione di complessi esercizi di stress test ai fini di una possibile introduzione di incrementi di capitale azionabili nel secondo pilastro.

Temi probabilmente noiosi, ma che nascondono una partita di grandissima rilevanza per cittadini, famiglie, imprese, amministrazioni locali, associazioni.

Il tempo è scarso ed è necessario posizionare il nostro Paese in modo lungimirante facendo alleanze con i Paesi più influenti dell’Unione nell’unica direzione che il neo-eletto Parlamento e la costituenda Commissione di Bruxelles sanno di dover scegliere: quella di un’Europa attenta ai costi sociali delle norme, ai loro impatti sul lavoro e sull’economia reale, sull’inclusione. Anche nella sfida epica e urgentissima di contrastare il cambiamento climatico.

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