Università

Finanziare la ricerca non significa solo pagare i salari

di Dario Braga

(Adobe Stock)

4' di lettura

Le università si stanno dando da fare per rispondere al decreto ministeriale 10 agosto 2021, n. 1062, con il quale sono state assegnate nuove risorse Fse (Fondo sociale europeo) React-Eu (l’acronimo inglese significa “Assistenza alla ripresa per la coesione e i territori d’Europa”) «al fine della promozione e sostegno di interventi di valorizzazione del capitale umano del mondo della ricerca e dell’innovazione» per contratti di ricerca su tematiche green (155 milioni) e di innovazione (94 milioni).

I temi green fanno riferimento a transizione verde, conservazione dell’ecosistema, biodiversità e riduzione degli impatti del cambiamento climatico, mentre i temi innovazione si riferiscono alle tecnologie abilitanti nell’ambito del digitale. Quasi 250 milioni di euro destinati a borse di dottorato di ricerca e posti di ricercatori a tempo determinato (i famosi Rtda della legge 240) su tematiche di grande impatto.

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Ora, in un Paese dove ogni osservatore sottolinea – e a buon conto – che si investe poco nella ricerca e che ci sono troppi pochi ricercatori, il fatto che “piovano posti” e su finanziamenti europei non può che essere salutato con una standing ovation. Come si fa a dire di no, o anche solo a storcere il naso? E infatti nessuna università ci ha pensato (e, intendiamoci, nemmeno io).

Però questa pioggia di posti non è priva di criticità. Vediamone alcune.

La prima criticità è che i tempi sono strettissimi. Per il dottorato di ricerca si tratta di bandire migliaia di borse di studio e di farle confluire nei bandi già conclusi del 37° ciclo di dottorato, quello che inizia il 1° novembre 2021. Questi nuovi PhD dovranno iniziare il 1° gennaio 22. Si tratta di nuovi bandi da portare in fondo in poche settimane. Perché dovrebbe essere un problema? Per una volta, c’è una tempistica stretta che può solo andare a vantaggio di chi partecipa: un paio di mesi tra annuncio dei posti e nomina dei vincitori. Una cosa fantastica. Si dimentica però che il “grosso” dei concorsi di accesso al dottorato sono già stati chiusi e può non essere facile trovare un numero ampio di aspiranti bravi e motivati e interessati alle due tematiche in così poco tempo.

Lo stesso dicasi per le centinaia di ricercatori a tempo determinato da reclutare. Sono figure che non si inventano dalla sera alla mattina. Anche qui, dobbiamo contare sul fatto che ci sia una ampia coorte di neo dottori (PhD) e di assegnisti di ricerca pronti a competere su questi temi. Tutto da dimostrare.

Poi c’è il tema dello stage in azienda. Ottima cosa che il decreto preveda, sia per i dottorandi sia per i ricercatori, un periodo di almeno sei mesi in azienda. L’obiettivo dichiarato è quello di alimentare un volàno ricerca accademica-ricerca industriale. Ma come si fa, nell’arco di pochi mesi a concordare la collocazione di alcune migliaia di giovani su progetti di ricerca in azienda?

La terza criticità è, a mio avviso, quella più drammatica e, in fondo, rivelatrice. La si potrebbe chiamare quella del “diavolo che fa le pentole, ma non i coperchi”. Se si vuole veramente attivare, incentivare, alimentare della ricerca seria in particolare su tematiche green non basta pagare dei salari. La borsa di studio del dottorando o lo stipendio di un ricercatore – in mancanza di fondi per sostenerne la ricerca (materiali, reagenti, strumentazioni) – servono a poco. Con che denari faranno ricerca dal 1° gennaio 2022 queste migliaia di nuovi dottorandi e ricercatori?

Chi fa ricerca per davvero sa che “il salario non è tutto” anzi – spesso – è solo una parte minore del costo di una ricerca sul campo o in laboratorio in un settore tecnologico e scientifico. Il paradosso è che ci potranno essere molti supervisor, vuoi di dottorato o di ricercatore, senza un euro per sostenere la ricerca dei neoassunti. Ricordo che il famoso Prin (Progetti di rilevante interesse nazionale) – la sola fonte di finanziamento ministero dell’Università e della ricerca per «programmi di ricerca di interesse nazionale» – è stato bandito quasi un anno fa e l’esito è ancora ignoto, mentre dei finanziamenti per la ricerca previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza per ora si sente solo parlare.

La quarta criticità è legata alle carriere universitarie. Andiamo dicendo da tanto tempo e da più parti che la figura del ricercatore a tempo determinato di tipo A previsto dalla legge 240 non funziona e che va superato/abolito. C’era un consenso crescente sulla necessità di eliminare questo primo passo incerto sulla strada del tenure track. La massiccia infornata di ricercatori a tempo determinato di tipo A, seppure non in organico, non può che avere effetti negativi su questo processo di revisione. Chi pensa che gli Rtda reclutati su React-Eu siano dei super postdoc e che una volta terminato il grant di tre anni entrino sul mercato del lavoro, si sbaglia. Nel nostro sistema nessuno recluta qualcuno su un posto di ruolo senza porsi il problema di cosa succederà poi, a contratto terminato. Se non si riesce ad attivare un volàno serio, se ci si fermerà alla distribuzione di posti, avremo solo alimentato la vasta schiera di precari che poi reclamerà fra tre anni qualche prospettiva e qualche vantaggio competitivo o protesterà per il tempo rubato.

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