siderurgia in crisi

Fine annunciata per la ex Lucchini

di Claudio Gatti

(Olycom)

7' di lettura

Siamo all’ultimo capitolo di una tipica storia italiana. E il copione è quello solito: dopo decenni di interventi pubblici, cambi di management, piani industriali scritti e buttati al macero, e il tentativo finale di “salvataggio arabo” è arrivato l’inevitabile redde rationem. La responsabilità è di tutti: dello Stato, dei sindacati, dei politici locali e di quelli nazionali. Perché hanno tutti partecipato ad alimentare l’idea che né i dissesti epocali né le difficilissime sfide del mercato giustificano misure che conferiscono una prospettiva strategica credibile. Molto meglio continuare ad avere e dare false speranze visto che si potrà sempre contare sui soldi dei contribuenti.

Non stiamo parlando dell’Alitalia. Parliamo dell’Aferpi, o ex Lucchini, il complesso siderurgico di Piombino che sta per fare la stessa fine dell’Alitalia. Una fine non solo prevedibile, ma in questo caso prevista. Da due anni il nostro giornale spiega infatti che l’ultima soluzione trovata per un’azienda che Lucchini, Fiat, Iri e colossi dell’acciaio russi non hanno trovato il modo di far tornare in attivo, era chiaramente la più improbabile. Eppure sul carro del miliardario algerino Issad Rebrab, produttore di succhi di frutta e commerciante di lavatrici e automobili, sono voluti salire tutti.

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Lo stesso signore al quale il 19 aprile il Governo ha comunicato la decisione di inviare «una lettera formale di denuncia delle inadempienze contrattuali», minacciando «l’avvio della procedura di rescissione del contratto di cessione degli impianti», due anni e mezzo prima era stato accolto con tutti gli onori nella maestosa Sala dei Galeoni di Palazzo Chigi. In quell’occasione l’allora primo ministro Matteo Renzi aveva definito l’accordo che adesso si pensa di rescindere «un grande messaggio per gli investitori stranieri e per il futuro di un settore per noi assolutamente decisivo».

Da quel 9 dicembre 2014 l’azienda che Rebrab ha ribattezzato Aferpi ha perso tre amministratori in meno di tre anni ed è ora governata da una triade composta da un ingegnere che non ha alcuna esperienza di gestione d’azienda, un contabile da mesi in malattia quindi raramente in azienda e dall’ex segretario personale di Rebrab, un trentenne che non parla italiano e quando vede un contratto scritto nella nostra lingua protesta perché non lo capisce.

Nel frattempo alla società tedesca a cui era stato commissionato lo studio ingegneristico dei nuovi impianti non sono state pagate le ultime due rate del contratto, i consulenti internazionali chiamati per trovare una via d’uscita sono stati invitati a tornare a casa loro, il business plan fatto da tre analisti alle prime armi della società di consulenza Oliver Wyman è stato ritenuto insoddisfacente dal Governo, banche disposte a finanziarie i nuovi impianti se ne vedono men che mai, due dei tre laminatoi sono fermi da mesi e, dulcis in fundo, dei 2.200 dipendenti di Aferpi meno di un quinto va ogni giorno al lavoro per tenere in piedi l’azienda e produrre rotaie nell’unico laminatoio ancora attivo.

Ma anche quell’impianto, il cosiddetto “treno rotaie”, ha aspettative di vita brevissime. Non solo Aferpi non ha abbastanza circolante ma neppure contratti aperti con fornitori di semi-lavorato: quello che aveva con Sajian Jindal, fondatore e presidente del gruppo siderurgico indiano Jsw, è scaduto il mese scorso, quello con la Js&p di Naveen Jindal, fratello di Sajian, è stato chiuso nell’aprile del 2016, quando sono finiti i soldi. Stanno inoltre scadendo anche i contratti di vendita. In primis quello con Fs, la cui produzione è previsto si chiuda a settembre. Dopodiché rimarrà solo la commessa delle ferrovie svizzere, ma parliamo di 20mila tonnellate all’anno, cioè meno della produzione mensile necessaria per un laminatoio che vuole essere economicamente sostenibile.

E cosa pensa di fare Rebrab per evitare il potenziale disastro? Al Sole 24 Ore ha scelto di non rispondere. Ma ai dirigenti di Aferpi non ha esitato a spiegare la sua strategia: mettere il Governo sotto scacco sociale. «Per convincere Roma a intervenire, lui conta su 2.200 persone che scendono in piazza. Sa infatti che l’azienda non potrebbe sopravvivere a una lunga disputa legale che deriverebbe dalla rescissione del contratto di cessione degli impianti. Perché si continuerebbero a perdere fornitori e quote di mercato fino a un punto di non ritorno», ci dice Fausto Azzi, l’ultimo degli amministratori di Aferpi a essere dimissionato da Rebrab.

Se il Governo dovesse continuare a rifiutarsi di offrire garanzie finanziarie dirette o indirette (nel corso di questi due anni Rebrab ha sperato su Sace e su Cassa depositi e prestiti), l’algerino punta a recuperare parte dei 100 milioni finora investiti a Piombino. «Ridatemi i soldi e me ne torno in Algeria», ci risulta abbia detto ai suoi interlocutori.

Che Rebrab fosse assolutamente impreparato a raccogliere la difficilissima sfida della ex Lucchini sarebbe dovuto essere evidente a tutti. Ai sindacati, al commissario straordinario Piero Nardi, al Mise e a tutti i politici che lo hanno osannato. Ma si sono lasciati tutti incantare dalle sue irragionevoli promesse occupazionali: non solo avrebbe dato lavoro a tutti i 2.200 dipendenti, ma ne avrebbe assunti degli altri grazie a un progetto che avrebbe combinato una nuova acciaieria con un polo logistico e uno agro-alimentare.

Davanti al miraggio dei miliardi algerini nessuno ha voluto vedere la realtà: che Rebrab non sapeva quello che diceva. «Il commissario Nardi ha provato a convincerlo a non promettere tutti quei posti di lavoro», ci dice Giovanni Motto, un ingegnere con 40 anni di esperienza siderurgica che il commissario aveva voluto al proprio fianco come consulente tecnico. «Ma Rebrab sa pensare solo in grande. A me ha parlato di un porto che potesse muovere 4 milioni di tonnellate di semi e di un polo agro-alimentare che trasformasse altrettante tonnellate di prodotti»

E di siderurgia cosa sapeva?

«Mi sono reso conto che non ne capiva nulla quando mi ha chiesto di spostare di 300 metri l’altoforno. Una cosa che tecnicamente non sta né in cielo né in terra», risponde l’ingegner Motto.

Questo quando Rebrab ancora pensava di riaprire l’altoforno. Un’idea da lui abbandonata da un giorno all’altro senza dare alcun preavviso né a governo né a sindacati, che l’avevano data per acquisita.

«Si può fare un’acciaieria anche se non si è un tecnico. Purché si assumano esperti del settore», continua Motto. «Ma il suo più stretto collaboratore era un altro algerino più a digiuno di siderurgia di lui».

Gli esperti, Rebrab ha preferito farli fuori, o ignorarli. Come il primo direttore generale di Aferpi, Adriano Zambon, ex direttore generale del Gruppo Beltrame, un’azienda siderurgica con 2.500 dipendenti e un miliardo e mezzo di fatturato, che in Aferpi è durato pochi mesi. Oppure Benedikt Niemeyer, consulente tedesco ed ex Ad di Schmolz + Bickenbach AG, un gruppo siderurgico di base a Lucerna che sotto la sua guida ha raggiunto un volume d’affari di oltre quattro miliardi.

Chiamato a dicembre dell’anno scorso, Niemeyer ha studiato un piano d’azione presentando una versione preliminare a gennaio e poi una più completa a febbraio. La sua proposta: anziché comprare nuovi impianti ipercostosi, per Aferpi avrebbe avuto molto più senso concentrarsi su un upgrading dei propri impianti. Sarebbero bastati 50/100 milioni di investimenti con un obiettivo di lavorare 600/800mila tonnellate all’anno di acciaio. Senza altoforno o forni elettrici sarebbe però stato necessario avere un rapporto sicuro e su base continuativa con i fornitori. In quel modo si sarebbe potuto far ripartire gli impianti, tenere quote di mercato che si rischiava di perdere e dare prova della propria capacità alle banche che si erano dimostrate riluttanti a finanziare progetti troppo impegnativi. Il messaggio: occorre pragmaticamente partire da quello che avete in casa. E dal mercato. Per non perderlo.

Nell’unica riunione in cui ha avuto dato modo di illustrare il piano alla proprietà, Niemeyer ha parlato in inglese. Quindi Rebrab non ha capito nulla. E il Ceo del gruppo Cevital, la holding algerina proprietaria di Aferpi venuto per l’occasione a Piombino, gli ha fatto una sola domanda: come si fa a trovare semilavorato a poco prezzo?

Insomma, il piano è stato del tutto ignorato. Troppo modesto per i sogni di un faraone della siderurgia che chiedeva impianti nuovi di zecca da centinaia di milioni e non coerente con un obiettivo di produzione di 1,3 milioni di tonnellate all'anno (quota che a detta di Niemeyer né Piombino né il mercato sono in grado di sostenere).

A fare le spese dell’insofferenza di Rebrab per i consulenti è stato anche l’ex banchiere Alessandro Profumo, la cui banca d’investimento, Equita, era stata chiamata a fornire aiuto nella ricerca di capitali. Sulla base di un piano condiviso con la proprietà e il management di Aferpi, nel settembre dell’anno scorso, Equita aveva avviato contatti con il sistema bancario. Ma poco dopo Rebrab ha scompigliato tutto dimostrandosi improvvisamente interessato ai forni della Leali Steel, un’acciaieria di Borgo Valsugana, in provincia di Trento. Uno scenario ovviamente nuovo per le banche alle quali si erano fino a quel momento chiesti capitali per finanziare nuovi impianti. Inutile dire che il rapporto con Profumo si è esaurito allora.

Lo scorso 19 aprile il Mise ha spiegato di non aver rilevato “significativi avanzamenti sia per quanto riguarda i tempi di realizzazione dei nuovi impianti sia per quanto concerne la copertura finanziaria dell’investimento”. Insomma si potrebbe pensare che a trenta mesi dal “grande messaggio per gli investitori stranieri”, Piombino sia tornata al punto di partenza. Ma si sbaglierebbe.

«All’inizio del 2015 avevamo il cosiddetto treno vergella che produceva circa 300mila tonnellate e il treno barre che ne produceva altre 150mila», spiega l’ingegner Motto. «Adesso quei laminatoi sono fermi, dopo aver prodotto appena 150mila tonnellate tra tutti e due nel 2016. Insomma la situazione è molto peggiore di due anni fa. Perché nel frattempo l’azienda ha perso credibilità e clienti».

Una cosa è comunque chiara. Come ci dice l’ex amministratore Azzi, «per risolvere la complessità di Piombino serve un’expertise siderurgica, cosa che Rebrab ha dimostrato di non avere».

Chi non ha perso niente è la persona che ci ha regalato Rebrab: il Commissario straordinario Nardi, il cui mandato è stato prima quello di trovare l’acquirente migliore e poi di vigilare sulla gestione dell’azienda. Per il lavoro da lui svolto nei primi due anni di amministrazione straordinaria Nardi ha ricevuto la somma complessiva di 2.339.139,88 euro. Per sapere quale sarà il suo compenso per i 17 mesi successivi da lui trascorsi con un ruolo di supervisione di Aferpi occorre ancora aspettare la conclusione della procedura di liquidazione della Lucchini, quando Nardi emetterà la sua ultima fattura. Abbiamo chiesto al Mise se è in grado di stimarne l’ammontare, ma ci è stato detto che «il compenso dei commissari straordinari non è predeterminato» e che «non è possibile prevedere al momento quello che sarà il compenso finale nel caso in questione». Ci sentiamo comunque di poter anticipare che sarà superiore a quanto hanno percepito i dipendenti di Aferpi che negli stessi 17 mesi sono stati in cassa integrazione o contratto di solidarietà.

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