dopo la sentenza della consulta

Fine vita, cosa cambia ora per i pazienti e i medici

Per i malati terminali e soprattutto per chi vuole assisterli in questo percorso la decisione della Consulta garantisce la non punibilità. I medici potranno assistere i pazienti nel suicidio assistito anche se dall’Ordine ricordano i paletti del codice di deontologia e chiedono che la procedura sia avviata da un pubblico ufficiale

di Marzio Bartoloni


Fine vita, Consulta apre a suicidio assistito

2' di lettura

Cosa cambia dopo la sentenza della Corte costituzionale che di fatto apre al suicidio assistito in caso di sofferenze insopportabili dei pazienti che si trovano in condizioni di salute irreversibile? Per i malati terminali e soprattutto per chi vuole assisterli in questo percorso la decisione della Consulta garantisce la non punibilità in circostanze ben definite. I medici, che non sono citati dalla sentenza, potranno assistere i pazienti nel suicidio assistito anche se dall’Ordine ricordano i paletti del codice di deontologia e chiedono che la procedura sia avviata da un pubblico ufficiale.

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In attesa che il Parlamento legiferi su questa materia così delicata è arrivata la svolta della Corte costituzionale. Che all’unanimità ha ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale «a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli». Questo significa che la Consulta, che - va sottolineato - non ha introdotto un diritto al suicidio, è intervenuta sul destino penale di chi aiuta coloro che hanno deciso di morire.

Un aiuto che sarà appunto legittimo soltanto in ipotesi circoscritte. E cioè - come ha ribadito la Corte - in quei casi che riguardano persone con una malattia irreversibile che sono tenute in vita da trattamenti medici di sostegno e che patiscono intollerabili sofferenze (fisiche o psicologiche) ma che siano però capaci di decidere liberamente e in modo consapevole. A verificare che ci siano queste condizioni dovrà essere esclusivamente una struttura sanitaria pubblica.

Sui medici la Consulta nella sua sentenza non dice nulla. Il che però non esclude la non punibilità di un medico che assiste un malato terminale che desidera il suicidio assistito e che si trova nelle condizioni indicate dalla sentenza. Sul punto però è già intervenuto l’Ordine dei medici che con il suo presidente Filippo Anelli ha invitato lo Stato a fare un passo in più: «Chiediamo che sia un rappresentante dello Stato a prendere atto della sussistenza di tutte le condizioni, certificate ovviamente dai medici, e a procurare al paziente il farmaco che dovrà assumere». «Nel merito, non possiamo che ribadire la nostra posizione - spiega Anelli - è chiaro, ed esposto dall’articolo 3 del Codice di Deontologia Medica, il principio fondamentale su cui regge la nostra professione: Dovere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell'uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana». «Questa affermazione porta con sé almeno due corollari - sottolinea il presidente di Fnomceo - il primo è che i medici vedono nella morte un nemico e nella malattia un’anomalia da sanare: mai si è pensato che la morte potesse diventare un alleato, che potesse risolvere le sofferenze della persona. Se oggi la Consulta decidesse per una depenalizzazione dell'aiuto al suicidio, verrebbe capovolto questo paradigma».

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