Etica e diritti

Fine vita, nel nome del referendum non entra il «consenso libero»

Si fa riferimento solo all’abrogazione parziale del reato di omicidio del consenziente. La Cassazione boccia la richiesta di integrazione del comitato promotore

di Giovanna Razzano

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3' di lettura

«Abrogazione parziale dell’articolo 579 del Codice penale (omicidio del consenziente)». È questa la denominazione del quesito referendario promosso dal comitato Eutanasia legale, nato da un’iniziativa dell’associazione Coscioni. A stabilire la denominazione è stato l’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di cassazione che, con ordinanza depositata il 16 dicembre 2021, ha respinto la proposta del comitato promotore di integrare la denominazione con la locuzione «Disponibilità della propria vita mediante consenso libero, consapevole e informato». Per la Cassazione, infatti, l’integrazione non sarebbe stata in linea con i limiti del quesito abrogativo perché, indicando un bilanciamento fra diritti di pari dignità costituzionale, avrebbe invaso il terreno delle scelte legislative.

Con la stessa ordinanza l’Ufficio centrale presso la Cassazione ha dichiarato valide 543.213 sottoscrizioni della richiesta referendaria: 481.745 cartacee e 61.561 digitali. Sicché queste ultime sono risultate determinanti per arrivare alle 500.000 firme richieste dall’articolo 75 della Costituzione.

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Il controllo dell’Ufficio centrale

L’Ufficio centrale presso la Cassazione ha così esercitato la competenza attribuita dalla legge 352/1970 relativa al controllo di legittimità delle richieste referendarie, che precede la verifica di ammissibilità svolta dalla Corte costituzionale (l’udienza è attesa per il 15 febbraio).

In particolare, in base all’articolo 32, ultimo comma, della legge 352/1970, l’Ufficio centrale stabilisce, «sentiti i promotori, la denominazione della richiesta di referendum da riprodurre nella parte interna delle schede di votazione, al fine dell’identificazione dell’oggetto del referendum».

L’obiettivo della norma è dunque quello, come ricorda l’ordinanza, «di rendere chiaro, appunto identificandolo, quale sia l’oggetto del quesito referendario, così da essere immediatamente e univocamente comprensibile ai cittadini», che possono così «esprimere un voto pienamente consapevole, non condizionato, né condizionabile».

La denominazione

In quest’ottica, l’integrazione alla denominazione del quesito proposta dai promotori, volta a introdurre il riferimento alla «Disponibilità della propria vita mediante consenso libero, consapevole e informato», per l’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione «non appare favorire il suddetto necessario chiarimento (che, per essere tale esige di essere neutrale)».

L’integrazione proposta, infatti, come hanno affermato gli stessi promotori, intende rendere chiaro il principio giuridico che l’abrogazione parziale vuole «introdurre, ovvero quello della disponibilità della propria vita in presenza di un consenso valido, libero e informato». Un principio che, secondo i promotori, troverebbe conferma nella sentenza 242/2019 della Corte costituzionale, resa a seguito dell’aiuto dato a Fabiano Antoniani (Dj Fabo).

L’Ufficio centrale, tuttavia, non solo ha ricordato come il referendum abbia natura abrogativa e non possa spingersi «sul terreno di scelte eventualmente spettanti agli organi istituzionalmente competenti all’adozione di una disciplina organica della materia», ma ha anche negato che un tale principio trovi fondamento nella sentenza 242/2019, dove il bilanciamento operato non comporta «un varco all’autodeterminazione e alla disponibilità della vita».

La Corte costituzionale

In effetti, la sentenza 242/2019, pur creando una circoscritta area di non punibilità nel reato di aiuto al suicidio, previsto dall’articolo 580 del Codice penale, ha escluso che possa desumersi la generale inoffensività dell’aiuto al suicidio da un generico diritto all’autodeterminazione individuale; la ratio dell’articolo 580 del Codice penale, infatti, si legge nella sentenza della Consulta, «può essere agevolmente scorta, alla luce del vigente quadro costituzionale, nella tutela del diritto alla vita, soprattutto delle persone più deboli e vulnerabili», poiché «assolve allo scopo, di perdurante attualità, di tutelare le persone che attraversano difficoltà e sofferenze».

Affermazioni, queste, non prive di rilievo rispetto al giudizio di ammissibilità che la stessa Consulta è chiamata a esprimere sul referendum relativo all’articolo 579 del Codice penale, ove si consideri quella giurisprudenza che esclude l’ammissibilità di quesiti abrogativi di leggi a contenuto costituzionalmente vincolato, che offrono una «tutela minima» indispensabile a garantire il nucleo essenziale di un diritto costituzionale.

Dalla pronuncia dell’Ufficio centrale può intanto trarsi un’indicazione: se il voto non deve essere condizionato e non è legittimo ricollegare al referendum sull’articolo 579 del Codice penale il principio della disponibilità della vita, tanto meno lo è fare riferimento all’«eutanasia legale».

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