l'analisi

Fino a 835 milioni all’anno: la certezza matematica di un conto salato per lo Stato

<br/>La stima riguarda l'ipotesi di tenere in vita l'impianto. Per la chiusura necessari invece 585 milioni annui

di Paolo Bricco


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AFP

3' di lettura

Nessuna retorica. L’elementare verità dei numeri. Da qualunque punto lo si guardi, il disastro dell’Ilva costerà allo Stato italiano una cifra considerevole: nel solo primo anno del soccorso medico-finanziario all’acciaieria ormai ridotta ad un malato terminale, si tratta di un ammontare di soldi pubblici compreso fra i 585 milioni di euro – per congelare l’acciaieria e mandare tutti in cassintegrazione - e gli 835 milioni di euro, per provare a tenere in vita, seppur a regime ridotto, quel che resta del maggiore impianto siderurgico europeo.

Facciamo qualche calcolo, usando come riferimento lo scenario di un commissariamento – almeno iniziale – che eviterebbe l’imbarazzo di andare a bussare alla Cassa Depositi e Prestiti e cancellerebbe il problema di provare a costruire una improbabile cordata di investitori privati. Due le ipotesi, nel caso di una statalizzazione sostanziale operata attraverso una estensione a tutto il corpo dell’Ilva della amministrazione straordinaria.

Prima ipotesi estrema: l’intera Ilva viene ridotta a un organismo inerte e gli addetti vanno tutti in cassintegrazione. L’impegno sarà quello di smontare pezzo per pezzo la fabbrica e farne il famoso parco giochi invocato da qualcuno. L’unico problema sarà quello di realizzare le bonifiche, evitando di ripetere – moltiplicato per dieci – il default ambientale, politico e etico sperimentato dallo Stato italiano 30 anni fa a Bagnoli.

Seconda ipotesi meno estrema: la società rimane in funzione, occorre trovare il giusto equilibrio dimensionale, non è possibile a queste condizioni di mercato replicare le perdite di ArcelorMittal, bisogna circoscrivere il perimetro produttivo e dunque limitare, almeno temporaneamente in attesa che riprenda la domanda di acciaio, il numero di occupati; a questo punto una quota degli addetti resta in attività fra Taranto, Novi Ligure e Cornigliano, mentre un’altra parte va in cassintegrazione. Facciamo due conti.

Usiamo il riferimento dell’amministrazione straordinaria attuale. Il costo medio annuo di ogni persona in carico ad essa è di 25.770 euro: 21mila euro di sussidio, più 2mila euro di accantonamento al TFR, più i contributi sanitari, più il 12% dei contributi figurativi, versati all’Inps direttamente dallo Stato. Alla fine, calcolato al centesimo, ogni addetto in media costa appunto 25.770 euro di soldi pubblici. Nell’ipotesi che tutti i dipendenti Ilva – inclusi dunque i 10.777 addetti che in meno di un mese torneranno all’amministrazione straordinaria – ricevano lo stesso trattamento, ecco che il costo complessivo per le casse statali diventa di 330 milioni di euro.

Naturalmente, in un tale scenario, appare politicamente scontato che abbiano lo stesso trattamento anche gli oltre 6mila addetti dell’indotto italiano. E, a questo punto, il conto lievita a poco meno di 485 milioni di euro all’anno. Poi, ci sarà il problema di che cosa far fare loro, perché provino a tornare ad una nuova vita professionale. Prendiamo come standard la riqualificazione degli addetti oggi in amministrazione straordinaria finanziata con 10 milioni di euro dalla Regione Puglia.

Estendiamola a tutti quanti, indotto incluso: fanno poco meno di altri 100 milioni di soldi pubblici, al di là della loro provenienza diretta o indiretta. Alla fine, il costo della trasformazione in un osso morto della fabbrica è di 585 milioni di euro all’anno. Tutti da mettere sul tavolo. Senza, peraltro, tenere in alcun modo in considerazione i costi della bonifica dell’ambiente e della fabbrica.

Andiamo alla seconda ipotesi: il commissariamento prende in gestione una parte della fabbrica, cercando il punto dimensionale e la specializzazione produttiva giuste per mantenerla accettabilmente sul mercato, senza perdere a bocca di barile come ha fatto ArcerlorMittal. Una scommessa ambiziosa, con l’attuale mercato europeo e con gli effetti destabilizzanti della guerra dei dazi fra Stati Uniti e Cina. Ma, anche, una scommessa dal rilevante significato politico e simbolico.

È presumibile, operando con un criterio di razionalità economica, che siano sufficienti – e finanziariamente ragionevoli - poco meno di 6mila addetti. Questa società ha oggi un fabbisogno circolante di 350 milioni di euro all’anno. Per ricostituire il magazzino ed effettuare gli interventi di manutenzione e i lavori all’altoforno 2 (in una logica “amichevole” con la magistratura di Taranto) servono altri 150 milioni di euro. Fanno 500 milioni di euro di soldi pubblici: al netto del fatto che lo Stato italiano riesca a negoziare con Bruxelles, vista la gravità della situazione, la possibilità di metterli direttamente.

Poi, ci sono gli altri 5mila addetti della fabbrica in cassintegrazione (130 milioni di euro di costo per le casse dello Stato) e i 6mila occupati dell’indotto, che comunque sbanderebbe violentemente anche in caso di una ripresa ridotta dell’Ilva (altri 155 milioni di euro). Più la formazione con cui riqualificare questi 11mila cassintegrati: poco più di una cinquantina di milioni di euro. Alla fine, in questo caso, fanno 835 milioni di euro. Le parole sono pietre. I numeri sono macigni. Ogni anno i conti da pagare, per lo Stato italiano, saranno questi.

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