Giorno della memoria

Finte notizie dalla prigionia

I detenuti erano costretti a scrivere ai parenti in tedesco narrando solo fatti positivi: le lettere servivano ai nazisti per scovare tra i destinatari altri ebrei. Oggi si sono rivelate utili per ricostruire profili e storie

di Giulio Busi

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3' di lettura

Una donna ancora giovane, coi capelli folti, che si sforza di sorridere nell’obiettivo della macchina fotografica. Sulla copertina delle Lettere da Auschwitz , il bel volto mi fa dimenticare per un attimo il titolo. È mai possibile che qualcuna delle vittime abbia potuto scrivere da Auschwitz? E anche se lo ha fatto, cosa avrà detto, e a chi?

Ho subito cercato, sfogliando il volume, la foto. E mi sono fissato in mente la data: “1946”. I numeri possono essere più eloquenti di tante frasi. Vuol dire che Berthe Falk, questo il nome della sconosciuta, ce l’ha fatta, è uscita viva. Che a un anno dalla fine della guerra non riesca ancora veramente a sorridere è più che comprensibile. L’importante è che ci guardi dall’al di qua, che non si sia per sempre perduta oltre la barriera della morte. Leggere un epistolario è un po’ come aprire una porta nascosta, vietata agli estranei. Nel segreto di una lettera, stretta tra i margini del foglio, c’è spesso la vita che viviamo, assieme a quella che vorremmo ma che non riusciamo a ottenere: speranze, delusioni, dolori, amori. Tutto questo avviene nella nostra umile quotidianità. Ma ad Auschwitz?

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Lingua innaturale, artefatta

Buona parte delle missive raccolte da Karen Taïeb, responsabile degli archivi del Memoriale della Shoah di Parigi, parlano una lingua innaturale, artefatta, nate come sono da un cinico progetto nazista. La “Briefaktion”, “Iniziativa epistolare”, fu architettata nel 1942 per diffondere disinformazione. A differenza di altri internati, gli ebrei non potevano spedire né ricevere posta dai lager. Chi provava, e in qualche caso riusciva, a dare proprie notizie, lo faceva a rischio della vita. Su impulso dell’“Ufficio principale per la sicurezza del Reich”, venne però inscenato uno scambio epistolare fittizio. Ad alcuni prigionieri fu ingiunto di inviare cartoline postali ai propri parenti ancora in libertà. Si poteva scrivere unicamente in tedesco, e le notizie dovevano essere solo positive.

“Sono sano e forte”

Bin gesund und munter”, questa una frase ripetuta spesso, “Sono sano e forte”, terribile rovesciamento di una situazione fatta di violenza, malattia, morte. Dietro alla montatura si nascondeva un secondo scopo, ovvero il tentativo di seguire le tracce offerte dagli indirizzi, e scovare così altri ebrei, ancora in libertà. Tutto questo era risaputo anche dai detenuti. È per questo che, tra le centinaia e centinaia di missive che si sono conservate, ben poche hanno indirizzi “in chiaro”. Piuttosto, si tratta di amici, o amici di amici non ebrei, persone fidate che si sarebbero poi fatte carico di recapitare le cartoline a veri destinatari. Un simile teatro delle apparenze, allestito dai nazisti con il solito scrupolo di maniacale efficienza, parrebbe solo l’ennesima vigliaccata nella lugubre storia della Shoah. E invece, nelle mani di storici appassionati come Taïeb, anche l’inganno si trasforma in un’occasione per ricostruire, con pazienza, le biografie dei corrispondenti ebrei.

L’obiettivo si concentra sui casi portati recentemente alla luce presso il “Service historique de la Défense”. Si tratta di circa 5000 lettere dirette verso la Francia. È vero, si tratta di messaggi stereotipi, privi di personalità. Ma quanta vita riuscivano a spremere, da quelle formule banali, i destinatari, in pena per i loro congiunti.

«Queste righe – ci ricorda Taïeb – lette e rilette decine, centinaia di volte, tracciate su carta di cattiva qualità da persone a cui teoricamente era preclusa qualsiasi forma di contatto con l’esterno, permettevano di continuare a sperare, soprattutto quando provenivano da luoghi in cui scrivere sembrava impossibile». Dai profili schizzati all’interno del volume, veniamo a conoscere le peripezie d’immigrati dall’Europa orientale, e in particolare dalla Polonia, che si erano trasferiti in Francia, per lo più negli anni 20 del ’900, per trovare nuove condizioni di studio, di lavoro, d’inserimento sociale. Parigi, Tolosa, Strasburgo, Clermont-Ferrand sono solo alcune delle tappe di questa epopea collettiva.

Il “testo” in bianco

La grande metropoli e la provincia, vite tranquille, borghesi od operaie, sogni condivisi, piccoli successi e inevitabili sconfitte, tutto ingoiato dall’occupazione nazista, dai rastrellamenti e dalle deportazioni. Per leggere la storia bisogna imparare a penetrare anche il “testo” in bianco, che scorre tra le linee d’inchiostro, bisogna aguzzare gli occhi per carpire il non detto, il non sperato, l’inimmaginabile. A Berthe, nella foto, avrei dato una quarantina d’anni. Leggendo la scheda biografica, vengo a sapere che è nata nel 1911. Nel ’46, quando si mette in posa davanti al fotografo, di anni ne ha 35. Stavo per scrivere “solo” 35. Ma per chi è passato per Auschwitz, le parole, e le immagini, hanno tutt’altro peso. Berthe muore per un tumore, nel 1948, “solo” tre anni dopo la liberazione. Chissà se nel frattempo è riuscita a ritrovarlo, un sorriso vero.

Lettere da Auschwitz. Storie ritrovate nella corrispondenza inedita dal Lager

A cura di Karen Taïeb, Prefazione di Ivan Jablonka, Traduzione Valentina Maini, Utet, pagg. 268, € 19

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