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Fiom: automotive strategica, riportare l’attenzione sul settore

Un libro inchiesta della Fondazione Di Vittorio e Sabattini riporta al centro della questione industriale l’auto e analizza attraverso le risposte di 10mila lavoratori di Fca come è cambiato il lavoro in fabbrica

di Cristina Casadei

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(Reuters)

Un libro inchiesta della Fondazione Di Vittorio e Sabattini riporta al centro della questione industriale l’auto e analizza attraverso le risposte di 10mila lavoratori di Fca come è cambiato il lavoro in fabbrica


6' di lettura

A distanza di 40 anni dalla marcia dei 40mila capi e quadri della Fiat che si svolse a Torino proprio il 14 ottobre del 1980, la Cgil si interroga sul lavoro operaio oggi e su come mantenere alta l’attenzione sull’automotive che ancora rappresenta uno dei più importanti settori produttivi del nostro paese. Lo fa attraverso un libro inchiesta che si regge sulle storie di 10mila operai che hanno risposto ai questionari costruiti e rielaborati dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio e dalla fondazione Claudio Sabattini per raccontare cosa significa “Lavorare in fabbrica oggi”. Il volume raccoglie l’inchiesta realizzata da un gruppo di ricercatori non in una fabbrica qualunque, ma negli stabilimenti Fca, Cnh e Marelli (oggi non più parte del gruppo, dopo la cessione a Calsonic Kansei Corporation), all’inizio del 2018. Si tratta di un lavoro a cui si può attribuire più che il valore di cronaca, quello di testimonianza storica. Ma, come osserva il segretario generale della Fiom Cgil, Francesca Re David, è pur sempre «la prima grande inchiesta operaia che si fa dagli anni ottanta. E questo la dice lunga su come è stato poco valorizzato in questi anni il lavoro industriale. In Fca il fatto che la contrattazione è stata messa fuori dagli stabilimenti ha un significato molto preciso. La pressione sul lavoro e quella dettata dalle macchine mette l’organizzazione del lavoro ai margini. Questo è il significato di quello che è successo in Fca ma anche in altri stabilimenti del manifatturiero». Dal volume si comprende anche l’impatto della scelta della Fiom di non sottoscrivere il contratto collettivo specifico, ma è chiaro che in questi anni il lavoro negli stabilimenti Fca, dove sono stati fatti ingenti investimenti che vengono ricordati stabilimento per stabilimento, ha conosciuto una forte evoluzione. Re David osserva che «ci sono dei salti tecnologici importanti. L’innovazione tecnologica non è un fatto neutro e dipende da come viene utilizzata e gestita. Non esiste nella storia una fase in cui in presenza di un salto tecnologico non si è posto il tema della riduzione dell’orario di lavoro. E invece ora le imprese vogliono l’orario a disposizione e questo è completamente sbagliato. Invece credo che bisogna mettere al centro il lavoratore e anche il consumatore, con prodotti di qualità che non impattano sull’ambiente e non guardano solo al profitto».

Il futuro dell’auto

Il volume è un lungo racconto di come sono cambiate le condizioni di lavoro mentre il gruppo Fca è stato attraversato da cambiamenti organizzativi e societari. Non ancora finiti. Non solo. Il racconto attraversa infatti gli anni in cui Fca ha scelto di uscire dal contratto collettivo nazionale di lavoro dei meccanici e ha scelto la via del contratto collettivo specifico, rompendo gli schemi passati delle relazioni industriali del gruppo e sposando il world class manufacturing e la metrica Ergo Uas. Dell’impatto di quelle scelte strategiche sul lavoro la Fiom ha scelto di far parlare i diretti interessati, gli operai. Il quadro che emerge da questa inchiesta che analizza le risposte di un campione molto vasto è pur sempre parziale e non è sempre a tinte rosee. Ma vuole essere parte importante di un percorso della Fiom-Cgil per tenere aperta l’attenzione sui lavoratori del settore automotive. Del resto, dice la Fiom, qui sono occupate 1,2 milioni di persone nell'industria e servizi di cui 258.700 nel settore industriale diretto e indiretto, pari all’1,5% di tutta l'attività manifatturiera, e di questi 162.000 in quello diretto. Il fatturato è di 330 miliardi di euro; di questi il settore industriale ne genera 100 pari al 5,9% del Pil. Bisogna poi considerare la componentistica con 156.550 addetti e un fatturato di 46,5 miliardi con 22 miliardi di esportazione e un saldo attivo di 6,8 miliardi. «Stiamo parlando di uno dei settori chiave dell'industria italiana ed europea, che rappresenta circa il 6% dell'occupazione totale dell’Unione Europea, e l’11% di quella manifatturiera», stima la Fiom. Il volume affronta anche la situazione industriale ed economica del gruppo FCA, fino alle prospettive relative alla fusione con PSA che intreccia, inevitabilmente, la trasformazione radicale che sta avvenendo nell’industria dell’auto in Italia e a livello globale. A partire dalla propulsione che arriva dalle nuove tecnologie, su cui vi è un certo ritardo negli investimenti, fino all’assenza di una politica industriale sull’auto che dia risposte alle incognite del futuro anche in vista della fusione tra FCA e PSA.

I 10mila operai protagonisti dell’inchiesta

Ma lasciamo parlare direttamente il campione di 10mila lavoratori interrogati dai ricercatori della Cgil.Il campioneLa popolazione target è quella dei dipendenti con mansioni dirette e indirette di produzione che a fine 2017 era arrivata a 50mila addetti, mentre l'occupazione di Fca e Cnh arrivava a 77mila dipendenti. Nel vasto campione l'80% è di genere maschile, in linea con l'incidenza percentuale media. Le donne negli stabilimenti Fca sono concentrate nelle mansioni di linea (70%) e nelle attività di rifornimento (17%). I giovani, gli under 29 rappresentano appena il 5,8% dei rispondenti in Fca e il 2% in Cnh. La concentrazione maggiore, il 40% si ha nella fascia 40-49 anni. L'età media degli addetti è invece simile, circa 45 anni. In generale è emerso che la forza lavoro più giovane si trova al sud dove un lavoratore su quattro di quelli che hanno partecipato all'inchiesta ha meno di 40 anni. Per oltre il 90% i contratti sono a tempo indeterminato, il 4,4% ha un contratto sempre a tempo indeterminato secondo la normativa del Jobs act, mentre il 3% ha un contratto in somministrazione e lo 0,8% altre tipologie contrattuali. Molto diffuso è stato il ricorso alla cassa integrazione. La ricerca si è svolta a cavallo tra 2017 e 2018 quando un terzo degli intervistati era destinatario degli ammortizzatori sociali, fossero contratti di solidarietà o cassa integrazione.

Come cambiano le condizioni di lavoro

Venendo al cuore dell'inchiesta e cioè ai cambiamenti nelle condizioni di lavoro negli ultimi anni, il 60% parla di un peggioramento. Soltanto il 12% parla invece di un miglioramento. La prevalenza di giudizi negativi è più alta tra gli addetti linea Fca e Cnh e tra i conduttori di impianti degli stabilimenti Fca. Tutte le altre mansioni si collocano sotto la media. Tra gli addetti ai rifornimenti, per esempio, è il 50% a parlare di peggioramento. I giudizi positivi sono invece più alti tra i team leader dove raggiungono il 22,5%. I giudizi più negativi si hanno negli stabilimenti più importanti sul piano della produzione dove la nuova metrica del lavoro, l'Ergo-Uas, insieme alla crescita dei volumi e delle saturazioni dei tempi di lavoro, ha finito per rendere più evidente l'aumento dei carichi di lavoro contestualmente alla riduzione delle pause, passate da 40 a 30 minuti, in particolare per gli addetti al montaggio.A guardare il bicchiere mezzo pieno emergono anche fattori che hanno determinato un miglioramento delle condizioni di lavoro, come dice un rispondente su otto. Per esempio oltre un terzo di chi parla di miglioramento cita la maggiore attenzione alla sicurezza e una percentuale analoga il miglioramento dell'ergonomia e della postazione. Un quarto parla del minor carico di lavoro e poco più del 20% del fatto di non lavorare più in linea. Il peggioramento della condizione, invece, è associato al maggior carico di lavoro nel 60% dei casi e all'aumento dei ritmi di lavoro per il 50% degli intervistati Fca, percentuale che scende al 40% per Cnh.

Il nodo delle pause

Uno degli aspetti più critici è quello delle pause. Quasi il 70% del campione dice infatti che le considera insufficienti, soprattutto in caso di saturazione degli impianti. In Cnh, anche per le diverse attività svolte e dei cicli più lunghi oltre che dei volumi più bassi, le pause sono insufficienti per meno del 50% dei lavoratori. Nel complesso il giudizio negativo sulle pause riguarda gli addetti linea, soprattutto chi lavora sulla catena di montaggio. Quanto agli straordinari solo un lavoratore su cinque dichiara di farne abitualmente. Soprattutto tra i team leader dove la percentuale di chi fa straordinari raggiunge il 40%. Infine c'è la rotazione tra le postazioni, una pratica che in media riguarda il 42,2% dei rispondenti, mentre un lavoratore su cinque riferisce che non viene di fatto applicata. Il modello partecipativoSulla partecipazione dei lavoratori e sul rapporto tra le diverse figure interessate dalla produzione, portata attraverso il Wcm, il giudizio dei lavoratori è negativo. Per tre intervistati su cinque il team leader non promuove la cooperazione e la collaborazione non può dirsi cresciuta per il 59%. Più della metà sostiene che il World class manufacturing non consente di risolvere meglio i problemi, mentre il 69% afferma che il lavoratore non sente di contare di più. I limiti della partecipazione emergono anche analizzando le pratiche concrete: il 78% dei lavoratori, infatti, non partecipa mai a riunioni sull'andamento del lavoro con il team leader, mentre quasi la metà dei lavoratori dice di aver presentato proposte di miglioramento del prodotto e del processo produttivo. Nessun feedback, però, è arrivato al 46,3% di chi ha presentato proposte.

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