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Firenze, 154 milioni di fondi non spesi dell’alluvione 1966. E l’Arno fa ancora paura

L’Arno fa ancora paura in attesa di interventi per contenere le esondazioni

di Silvia Pieraccini

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2' di lettura

Firenze ha ricordato l’alluvione che 54 anni fa, il 4 novembre 1966, provocò 35 morti e danni immensi al patrimonio artistico. A più di mezzo secolo da quella tragedia le opere strategiche per mettere in sicurezza il territorio, evitando esondazioni e danni come allora, non sono completate. L’Arno, in particolare, fa ancora paura, in attesa dell’adeguamento della diga di Levane, in provincia di Arezzo, e delle casse di espansione di Figline Valdarno destinate a contenere la piena. E il paradosso è che non è un problema di risorse mancanti.

La Regione Toscana ha 154 milioni di euro fermi nei cassetti, che da anni non riesce a spendere. Un tesoretto incagliato, che impedisce di attuare interventi fondamentali. I motivi? Comitati non convocati, difficoltà di progettazione e autorizzative, espropri e gare bloccate, ricorsi, rinunce e lentezze varie. Il problema, già messo in luce da un articolo del Sole 24 Ore del 10 ottobre che poneva la Toscana tra i “cattivi” spenditori dei fondi per il dissesto idrogeologico.

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Dal 2010 a oggi sono stati stanziati, attraverso accordi di programma Stato-Regione, 293 milioni per il dissesto idrogeologico (di cui quasi 200 di provenienza statale) contenuti in quattro intese (Mat 2010 e successive integrazioni per un totale di 152 milioni; Mat 2015 per 110 milioni; accordo Frane 2015 per 4 milioni; Piano stralcio 2019 per 27 milioni). Solo i 4 milioni dell’accordo Frane 2015 sono stati spesi del tutto, mentre i 27 milioni del Piano stralcio 2019, i più recenti erogati nel dicembre scorso, finanziano interventi in fase di gara.

I problemi riguardano gli accordi Mat del 2010 e del 2015, i più sostanziosi, che hanno falle allarmanti: ben 54 milioni sono fermi – certifica la relazione della Regione - per la mancata convocazione da parte del ministero dell’Ambiente del Comitato di indirizzo e controllo. Così opere come il ripascimento delle spiagge in provincia di Massa-Carrara e la riduzione del rischio idraulico della parte valliva dell’Arno restano al palo, nonostante i soldi ci siano. La Regione afferma di aver chiesto cinque volte, dal 2016 a oggi, la convocazione del Comitato ma senza esito.

Altri 53 milioni, inseriti negli accordi di programma del 2015, non sono ancora stati erogati. A questi si aggiungono gli interventi “pesanti” delle casse di espansione, rimasti bloccati per anni per la complessità di progetti, autorizzazioni e espropri (solo la cassa del Mensola, 19 milioni, è stata realizzata), e altre risorse non spese per “rallentamenti dovuti al cosiddetto ‘sistema Italia' con ricorsi e anche rinunce di imprese aggiudicatarie”.

Risultato: 154 milioni - più della metà di quanto stanziato negli ultimi dieci anni - non utilizzati. L'assessore regionale all'Ambiente Monia Monni, che si è appena insediata, ieri nel corso di un convegno sull'alluvione ha assicurato che nei prossimi anni l'impegno per la sicurezza idraulica sarà rafforzato. E ha fatto un elenco lunghissimo di interventi da completare. “Porteremo a compimento cantieri e progetti in corso e già finanziati per un totale di oltre 500 milioni – ha detto – e ci aggiudicheremo 534 milioni di interventi già proposti al Ministero da finanziare con il Recovery Fund e da realizzare entro il 2026”.

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