Games

First Playable Fund, come funziona il fondo per sostenere l’industria del videogioco

E’ in Gazzetta ufficiale l’istituzione di un fondo per sostenere la produzione di prototipi di videogiochi. Ecco a chi è indirizzata e perché ha senso.

di Luca Tremolada

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(Drobot Dean - stock.adobe.com)

E’ in Gazzetta ufficiale l’istituzione di un fondo per sostenere la produzione di prototipi di videogiochi. Ecco a chi è indirizzata e perché ha senso.


3' di lettura

Quatro milioni a fondo perduto per per la produzione di prototipi di videogiochi. Confermate in Gazzetta ufficiale le misure di sostegno della game industry italiana all'interno di un più ampio piano di incentivi e aiuto alle startup. First Playable Fund, così si chiama il fondo, intende sostenere le fasi di concezione e pre-produzine di videogiochi misura del 50 % delle spese ammissibili e per un importo compreso da 10mila a 200mila euro per singolo prototipo. Parliamo quindi di una cifra che può aiutare una sviluppatore a “mettere a terra” una demo tecnica (se parliamo di un gioco per console e pc) o un prototipo funzionante nel caso di una app per smartphone o tablet.

Cosa è un prototipo. Il prototipo di un videogioco rappresenta la prima versione giocabile dell'opera ed è lo strumento attraverso il quale gli sviluppatori presentano il loro progetto di sviluppo a editori e investitori per ottenere finanziamenti necessari per la successiva produzione del prodotto finale e per la sua distribuzione sul mercato internazionale. La realizzazione del prototipo, che di solito coincide con le fasi di concezione e pre-produzione, richiede un investimento rilevante in termini di risorse da parte delle imprese e solitamente avviene in regime di autofinanziamento da parte delle imprese stesse, senza poter contare su apporti finanziari di editori e investitori, che possono intervenire nelle successive fasi della produzione.

I soggetti interessati. Come precisa in una nota Iidea (ex Aesvi) l'associazione di categoria dell'industria dei videogiochi, le modalità di erogazione dei contributi saranno definite da un successivo decreto attuativo del Ministero dello Sviluppo Economico. I soggetti interessati comunque sono startup e software house che di mestiere producono videogiochi. Devono essere italiane, pagare le tasse nel nostro Paese e avere un capitale sociale non inferiore ai 10mila euro. I soldi, si legge nel decreto Rilancio, possono essere impiegati per acquistare hardware (computer o accessori) o licenze software per esempio nel caso di motori grafici o programmi di computer grafica. E possono essere dati anche a professionisti. Se il progetto ha i requisti e viene accettata la domanda si avranno 18 mesi per realizzare il prototipo e poi il gioco poi dovrà essere messo sul mercato.
Chi sono gli sviluppatori indipendenti in Italia? Le caratteristiche del provvedimento quindi vanno incontro a quella che è la fotografia dell'industria indipendente del videogioco in Italia. Aziendine microscopiche più vicine all'artigianato di talento che a imprese strutturate. Il mercato degli sviluppatori italiani, secondo l'ultimo rapporto di Iidea, vale circa 60 milioni di euro grosso modo una frazione (trenta volte in meno) del fatturato complessivo di console, pc e smartphone. Quattro milioni di euro in questo contesto sono una boccata d'ossigeno, anzi una intra-muscolo per un tessuto imprenditoriale debolissimo e poco riconosciuto sotto un profilo culturale quantomeno rispetto ad altri Paesi europei come Francia, Germania, Polonia e Danimarca.

Perché aiutare il videogioco? Nel Regno Unito, per esempio, UK Games Fund, che è una misura simile, ha avuto un impatto molto positivo su molti sviluppatori inglesi, soprattutto piccoli e medi. Il fondo, come detto, rientra in un pacchetto di misure per sostenere l’ecosistema startup del valore di 314 milioni di euro. Come scrive Iidea, un recente studio della federazione europea degli sviluppatori EGDF sull'impatto dell'emergenza Covid19 sugli studi di sviluppo in Europa, ha mostrato come “i team basati nel sud Europa siano i più pessimisti riguardo al loro futuro, con un rischio concreto di chiusura di molti studi indipendenti già nel corso di quest'anno. Ciò si spiega non solo con il fatto che i paesi del Sud Europa, compresa l'Italia, siano i più colpiti dall'emergenza stessa, ma anche per la scarsità di sostegno pubblico al settore che caratterizza in particolar modo il nostro Paese”. Nel Regno Unito, per esempio, UK Games Fund, che è una misura simile, ha avuto un impatto molto positivo su molti sviluppatori inglesi, soprattutto piccoli e medi.

La peculiarità del videogioco. Le software house che lavorano nel gaming hanno in comune la fragilità di operare in una arena come quella dei prodotti digitali fortemente competitiva che richiede il contributo di esperti di programmazione, grafica, artisti e molti altri professionisti altamente specializzati perché a differenza di altri media come cinema e la musica è soggetta a un aggiornamento tecnologico ciclico legato allo sviluppo delle piattaforme commerciali. Programmare videogiochi insomma è una attività imprenditoriale articolata e artigianale al tempo stesso. Che vive di talento e creatività ma è sottoposto alle durissime logiche commerciali e competitive del digitale. Restare in piedi in Italia per uno sviluppatore indipendente è durissima. Per vincere il “nanismo” proprio del tessuto imprenditoriale italiano però non serviranno solo soldi a fondo perduto. Come nel caso delle altre startup sarà vitale e strategico la promozione di un ecosistema per sviluppare competenze (università e scuole) e attirare talenti.

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