Pubblica amministrazione

Fisco, cartelle esattoriali errate? È colpa delle banche dati: la denuncia del Parlamento

Le banche dati della Pubblica amministrazione non sono ancora interoperabili. Ecco cosa c’è da risolvere

di Alessandro Longo

3' di lettura

È capitato a quasi tutte le aziende e i liberi professionisti: una Pec o una raccomandata con una cartella esattoriale dell'Agenzia delle Entrate che ci chiede migliaia di euro, anche se siamo in regola nei pagamenti. Un errore frutto di banche dati falsate, che non comunicano bene tra loro. E tutto questo si traduce in disagi per il cittadino o l'imprenditore. Adesso è il Parlamento – la commissione vigilanza – a denunciare con forza il problema. Causato da un antico fenomeno, che si sperava risolto: le banche dati della PA non “interoperano”.
Così si legge nell'indagine conoscitiva Digitalizzazione e interoperabilità delle banche dati fiscali, approvata dalla commissione parlamentare di Vigilanza sull'anagrafe tributaria.

E questo problema è anche, a tutti gli effetti, un illecito perché – scrive la commissione – in questo modo si viola il principio dello “once only”, già previsto dalle leggi. Quello secondo cui la Pa non può chiedere un documento che dovrebbe avere già. Un principio che, nonostante sia stato «condiviso pressoché unanimemente, dalle categorie professionali e produttive» finora è stato «largamente disatteso, nonostante i reiterati tentativi del legislatore di imporne l'applicazione», si legge.

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E non si tratta di un problema da poco. È questa inutile burocrazia che penalizza l'imprenditorialità italiana, secondo vari studi internazionale (come quelli di Banca Mondiale). Il costo è di 11,5 miliardi di euro l'anno per le pmi, secondo la Cgia di Mestre.Il costo della burocrazia è stimato da Assolombarda tra i 108 mila euro per una piccola impresa ai 710 mila euro per un’azienda di medie dimensioni; con un impatto di tempo perso tra i 45 e i 190 giorni impiegati da parte di un collaboratore dedicato.

L'indagine parlamentare

Si legge nell’indagine che gli enti sembrano lavorare «a compartimenti stagni senza un reale interscambio e lavoro d'insieme». «Non sempre è dato rilevare un dialogo fattivo e collaborativo tra la pubblica amministrazione centrale e il mondo produttivo da una parte, e le Pa locali dall'altra».«L'indagine fotografa la situazione attuale, comunque migliorata rispetto a qualche anno fa», dice Daniele Tumietto, commercialista esperto di digitale.

«Anni fa è partito un percorso di riorganizzazione delle banche dati dell'Agenzia delle Entrate, secondo le regole dell'interoperabilità. Siamo a metà del guado; i dati del contribuente sono ancora sparsi tra diverse banche dati, che non parlano tra loro – continua. Ecco perché a volte l'Agenzia ci richiede dati che dovrebbe già avere, a conferma di pagamenti che abbiamo già fatto; capita che le sfuggano anche riconciliazioni di credito e quindi siamo costretti a fornire di nuovo questi dati».

In più, adesso i controlli sui contribuenti sono automatici. Automatismo che però non è stato affiancato da una piena interoperabilità dei dati, di conseguenza a essere automatizzato ora spesso è l'errore. È il fenomeno che gli esperti, come Alfonso Fuggetta del Politecnico di Milano, da anni chiamano “falsa digitalizzazione della PA” e che può portare più danni che benefici. Perché a una digitalizzazione superficiale non corrisponde una trasformazione dei processi, dei back-end, delle banche dati.

La soluzione

Tuttavia è vero che si è «avviata una trasformazione che in qualche anno dovrebbe risolvere il problema», dice Tumietto. La stessa indagine ricorda che attraverso il progetto di interoperabilità insito nella Piattaforma Digitale nazionale dati, si dovrebbe arrivare a ”una soluzione radicale”. Tuttavia anche qui si può nascondere il diavolo: la Commissione «auspica che l'interscambio dei dati non venga visto solamente come un procedimento “a senso unico” in cui la Pa centrale acquisisca dati per realizzare le proprie finalità, ma vengano messe in atto modalità collaborative che, pur garantendo la riservatezza dei dati stessi, possano consentire processi sempre più virtuosi ed efficienti, sia nel mondo produttivo che nelle pubbliche amministrazioni locali. La Commissione insiste anche sul ruolo della formazione, in particolare negli enti minori. «La digitalizzazione e l'interoperabilità delle banche dati – dice il senatore di Fratelli d'Italia, Andrea de Bertoldi, capogruppo nella Commissione parlamentare sull'anagrafe tributaria – rappresentano una necessità per la stessa attuazione delle politiche e progettualità collegate al Pnrr, e se il governo giallorosso che ha introdotto i bonus edilizi ne avesse tenuto conto non ci sarebbero state le frodi miliardarie emerse negli ultimi mesi». Il senatore consiglia «al governo Draghi di rimuovere le inappropriate limitazioni alla circolazione dei crediti fiscali, introducendo una piattaforma finanziaria digitale per garantire la tracciabilità dei crediti ed evitare così ogni frode».

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