ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùGLI EFFETTI SUI CONTI LOCALI

Fisco e immobili, nelle zone che non incassano l’80% dei default comunali

Dissesti e crisi finanziarie concentrate nelle regioni che riscuotono meno del 50%

di Gianni Trovati

Non solo «salva-Roma»: da Torino a Genova ecco gli altri Comuni con la mina debito

3' di lettura

Non è solo il fisco sul mattone a dividere in due l’Italia del fisco locale. La stessa geografia si ripresenta quando si allarga lo sguardo a tutte le entrate dei conti comunali. In Campania e Calabria, meno di 33 euro ogni 100 di entrate previste a bilancio arrivano davvero nelle casse dei Comuni, in Sicilia si sale a fatica a 41,1 euro, in Lazio e Molise si oscilla fra i 43 e 45 euro e in Puglia ci si ferma a 49,5.

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Le tasse sugli immobili hanno ovviamente un peso in questa dinamica, che però è generalizzata. E non è senza conseguenze. Perché proprio in queste regioni, dove la capacità di riscossione non arriva al 50%, si concentra il 79,8% delle 977 amministrazioni locali che negli ultimi trent’anni hanno dovuto alzare bandiera bianca dichiarando il dissesto oppure il pre-dissesto, il meccanismo anti-default introdotto dal governo Monti nel 2012 per evitare il rischio di fallimenti a catena.

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A sovrapporre le due cartine delle mancate entrate e delle crisi finanziarie comunali è un documento appena pubblicato dall’Osservatorio per la Finanza locale del ministero dell’Interno. Lo studio, realizzato dall’organismo tecnico che riunisce Mef, Viminale, enti locali, commercialisti e revisori dei conti finisce nell’agenda del tavolo tecnico-politico di governo che già domani si riunirà per entrare nella fase operativa della riforma dei dissesti locali. Il tavolo, guidato dalla viceministra all’Economia Laura Castelli (M5s) e dal sottosegretario all’Interno, Stefano Candiani (Lega), punta a riscrivere molti capitoli degli ordinamenti locali; ma la prima tappa è rappresentata dalle regole anti-crisi, che fin qui non hanno funzionato.

Una delle cause è proprio nel circolo vizioso della riscossione. L’equilibrio dei bilanci poggia sul confronto fra le entrate previste (accertate) e le spese impegnate. Ma se le entrate non entrano, le spese sono scoperte, e fanno saltare i conti. Qui arriva il dissesto, che tra le sue ultime vittime illustri ha Catania, o il pre-dissesto, che con scarso successo prova a tenere in piedi circa 150 enti fra cui spiccano i Comuni di Napoli e Messina.

Ma qui parte anche il circolo vizioso. Perché i piani di risanamento poggiano prima di tutto su un aumento delle aliquote locali, in genere fino al massimo permesso dalla legge. Ma se la riscossione non funziona, aumentare le aliquote serve a poco perché le entrate restano teoriche. Anzi: qualche volta l’effetto è contrario, perché a favorire l’evasione è anche la scarsa qualità dei servizi comunali che non invoglia a pagare tasse per finanziare prestazioni pubbliche che non ci sono. E se a fronte degli stessi disservizi le aliquote aumentano, la propensione a pagare scende.

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I tavoli istituzionali che la riforma del dissesto punta a creare per costruire cure «su misura» dei singoli enti in crisi dovranno quindi occuparsi prima di tutto della capacità di incassare le entrate. Ma nell’elenco sterminato dei progetti di riforma degli enti locali c’è anche la riscrittura delle regole sulla riscossione locale, in attesa di un intervento dal lontano 2011.

Sul tavolo c’è anche l’ipotesi della «Tari in bolletta», per replicare negli enti in crisi il meccanismo che ha abbattuto l’evasione del canone Rai. Tutti tentativi che hanno già provato a salire sul treno della legge di bilancio 2018 o di altri veicoli legislativi. Finora senza successo.

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