Fisco, non potrà esserci riforma senza allargare le basi imponibili

Bisognerebbe smettere di promettere la riduzione delle imposte, se non si ha il coraggio di indicare quali voci di spesa pubblica si intendono tagliare

di Stefano Micossi e Paola Parascandolo

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(ANSA)

Bisognerebbe smettere di promettere la riduzione delle imposte, se non si ha il coraggio di indicare quali voci di spesa pubblica si intendono tagliare


3' di lettura

Nelle scorse settimane il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ci ha ricordato che per riformare il sistema fiscale nel nostro Paese «serve una visione complessiva» e non si può procedere «imposta per imposta». Questa impostazione, condivisa da Vincenzo Visco in un recente articolo su questo giornale, non è solo condivisibile, ma rappresenta una vera urgenza: negli ultimi anni il nostro sistema fiscale è stato travolto dalla moltiplicazione di sgravi, incentivi, trattamenti di favore e bonus introdotti al solo scopo di guadagnare consenso politico. Ne è risultata una massiccia erosione delle basi imponibili dei diversi tributi. Interventi normativi continui e asistematici hanno prodotto un sistema fiscale poroso, distorsivo e instabile, oltre che iniquo, che danneggia la crescita invece di favorirla.

A titolo esemplificativo, basti ricordare che, nei dati sulle dichiarazioni Irpef per il 2018, 10,2 milioni di contribuenti – circa un quarto del totale – mostravano un’imposta netta sul reddito pari a zero. Se a questi si aggiungono i soggetti la cui imposta netta è compensata dal famigerato bonus di 80 euro, i soggetti che di fatto non versano l’Irpef salgono a 12,6 milioni.

L’Irpef ha da tempo perduto le sue originarie caratteristiche di imposta progressiva sul reddito complessivo, dato che i redditi di capitale sono quasi sempre tassati separatamente e il lavoro autonomo beneficia di forti deduzioni ed esenzioni (incluso il nuovo regime forfetario al 15%). L’82% dell’imponibile è costituito ormai dal lavoro dipendente e i redditi da pensione; la ripida pendenza delle aliquote tra gli scaglioni e la moltiplicazione dei trattamenti differenziati introducono forti elementi di iniquità.

Per l’Ires, la caratteristica saliente del nostro ordinamento è l’ampio scarto tra le risultanze del bilancio civilistico e quello fiscale. Nasce qui la foresta dei trattamenti speciali per ammortamenti, valutazioni, operazioni straordinarie e redditi esteri, continuamente mutati da un anno all’altro e che generano elevata incertezza sui carichi effettivi attesi. L’Irap, dal canto suo, è stata progressivamente svuotata della componente lavoro, disperdendone il beneficio di un’ampia base imponibile e trasformandola di fatto in un’imposta sugli utili.

Infine, tra le distorsioni del sistema spicca lo stato dell’Iva, il cui gettito è stato svuotato nel corso degli anni dall’estensione delle aliquote agevolate e da tassi molto elevati di evasione, a loro volta favoriti dalla moltiplicazione dei trattamenti speciali. L’evasione dell’Iva rappresenta un importante presupposto dell’evasione delle imposte sui redditi.

Una riforma fiscale degna di questo nome dovrebbe affrontare queste questioni in maniera organica, partendo da due esigenze fondamentali: l’allargamento delle basi imponibili, senza il quale non sarà possibile abbattere le aliquote; e la drastica semplificazione del sistema, che deve essere ripulito dalla moltitudine dei trattamenti speciali.

Il punto di partenza dovrebbe essere costituito dalla lotta all’evasione. La domanda senza risposta è come mai l’enorme quantità di dati accessibili dall’amministrazione fiscale non abbia a oggi prodotto risultati quantitativamente significativi. È difficile evitare la conclusione che o non si è capaci di utilizzarli, o non si vuole, in un Paese in cui l’evasione è fenomeno di massa. A questi obiettivi se ne aggiunge un altro, a lungo disatteso ma non meno necessario, che è quello di spostare i carichi fiscali dal lavoro e l’impresa verso i consumi e i patrimoni, ma che costituisce la condizione ineliminabile per rendere il sistema meno dannoso per la crescita.

Infine, bisognerebbe smettere di promettere a destra e a manca la riduzione delle imposte, se non si ha il coraggio di indicare quali voci di spesa pubblica si intendono tagliare. Sappiamo in effetti che si dovranno aumentare le spese per la sanità e quelle per l’istruzione, gravemente penalizzate nei decenni passati. Sappiamo che il contenimento della spesa pubblica ha colpito in larga parte gli investimenti pubblici, di cui abbiamo un gran bisogno. I fondi in arrivo dall’Europa aiuteranno per gli investimenti, ma la loro natura una tantum li rende inidonei al finanziamento di permanenti riduzioni di imposta o aumenti di spesa pubblica. Lo stato del nostro bilancio pubblico non consente scappatoie.

Proposte organiche di riforma sono state presentate nei mesi scorsi da Assonime; altre sono in corso di elaborazione presso la Fondazione Astrid. È giunto il tempo di costituire una Commissione che elabori una strategia seria di riforma, sulla quale poi impegnare il parlamento in un dibattito evoluto e consapevole.

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