Interventi

Fisco, una riforma per fermare tre emorragie

L’efficienza passa attraverso un tax design che sia coerente alle sfide di un Paese

di Massimo Miani

L’efficienza passa attraverso un tax design che sia coerente alle sfide di un Paese


3' di lettura

Fare una riforma fiscale organica, equiparabile a quella dei primi anni 70, costituisce un vasto programma che si presta ottimamente alla formulazione di obiettivi e statuizioni di principio – tanto condivisibili e generali, quanto vaghi e indeterminati – di semplificazione, equità ed efficienza.

La differenza sta nella capacità e nel coraggio di declinarli, sapendo che a quel punto si entra nella bagarre delle priorità e delle inevitabili differenze di visione di ciò che è semplice, equo ed efficiente.

Dal nostro punto di vista, la semplificazione passa per un’opera di codificazione dell’esistente (i famosi “testi unici”), ma anche per l’eliminazione di una imposta come l’Irap (un tempo estremamente distorsiva rispetto al fattore lavoro, dal 2015 più inutile che altro), che, in un contesto di invarianza di gettito, può essere proficuamente sostituita da una mera addizionale regionale all’Ires e al reddito di lavoro autonomo e di impresa dei soggetti Irpef con ben definiti requisiti di organizzazione produttiva.

Bene anche la proposta di accentuare la natura di cash flow del reddito dei professionisti e delle imprese che lo determinano “per cassa”, purché resti fermo che è da qui che si parte per poi eventualmente prevedere versamenti delle imposte sul reddito su base mensile: altrimenti vorrebbe dire che l’obiettivo è solo accelerare e stabilizzare gli incassi per l’Erario, lasciando contribuenti e commercialisti nella complicazione (non nella semplificazione) di calcolare basi imponibili e relative imposte dodici volte l’anno invece che una soltanto.

Dal nostro punto di vista, l’equità passa attraverso la constatazione di qualcosa che proprio la pandemia e il lockdown hanno dimostrato ampiamente: i redditi derivanti da lavoro dipendente, autonomo e da pensione differiscono sensibilmente tra loro quanto a rischi e tutele connesse e non vi è dunque alcuna ragione per ritenere un tabù inscalfibile il fatto che, quando lo Stato può prendere invece che dare, debbano essere tassati tutti allo stesso modo.

Al di là dei regimi forfettari pensati anche in un’ottica di semplificazione degli adempimenti, l’idea di tassare redditi di lavoro autonomo e di impresa, analiticamente determinati, con aliquote separate e dedicate, così come era stato previsto nella legge di bilancio per il 2019 (salvo abrogazione da parte della legge di bilancio successiva), è corretta e va rilanciata, prevedendo magari aliquote allineate a quella cui vengono tassati anche i dividendi (26%) e soprattutto non escludendo chi consegue i redditi in forma associata, invece che individuale, perché i fenomeni di aggregazione professionale vanno incentivati, non disincentivati.

Dal nostro punto di vista, l’efficienza passa attraverso un tax design che sia coerente alle sfide di un Paese che deve sbloccare un mercato immobiliare in affanno da ormai un decennio e deve invece bloccare tre pericolose emorragie: quella demografica, quella dei gruppi imprenditoriali con la testa in Italia e quella dei pensionati che si trasferiscono all’estero.

Per sbloccare il mercato immobiliare bisogna creare una zona cuscinetto tra “prima casa” e “altri immobili”, sia per quanto concerne le imposte sui trasferimenti (registro e ipo-catastali) che per quanto le imposte sul possesso (Imu): sono le “seconde case” a muovere il mercato.

Sul fronte “emorragia demografica”, il “fattore figli” deve essere valorizzato adeguatamente ed è sicuramente corretto sostituire il meccanismo delle detrazioni Irpef con un contributo adeguato che risolva anche la questione dei cosiddetti “incapienti”.

Sul fronte “emorragia holding dei gruppi imprenditoriali”, c’è poco da lamentarsi con l’Olanda e altri Paesi che, nel rispetto dei paletti fissati a livello Ocse e Ue, hanno regimi fiscali più competitivi del nostro sul versante della tassazione dei dividendi “infra-gruppo” in entrata e in uscita: se riteniamo (e dovremmo) che è meglio avere in Italia la testa finanziaria di questi gruppi e le relative masse di liquidità, piuttosto che una tassazione che alla fine si assesta all’1,2% di quei dividendi, bisogna agire di conseguenza, non lamentarsi.

Sul fronte “emorragia pensionati all’estero”, bisogna prevenire quella che può diventare presto una valanga per un Paese come il nostro, dove anno dopo anno i redditi da pensione hanno una incidenza sempre maggiore sul totale dei redditi imponibili: è necessario agire, anche in sede internazionale, affinché i redditi da pensione vengano tassati nel Paese della fonte e non in quello di residenza del percettore, anche perché altrimenti viene meno la coerenza della deduzione dal reddito dei contributi previdenziali versati a monte.

Ovviamente, equilibri di bilancio permettendo, ben vengano poi misure non di riduzione secca della pressione fiscale, dando chiaramente priorità alla riduzione del cuneo fiscale, ma lato lavoratori, perché in Italia, se i nostri competitor sono Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti, non l’Est Europa, abbiamo un problema di stipendi netti troppo bassi, non di costo del lavoro troppo alto.

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