ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLotta all’evasione

Fisco, dalle sanzioni alla fideiussione: nel mirino le partite Iva «apri e chiudi»

Con una modifica introdotta nell’iter parlamentare della manovra il professionista non sarà chiamato a rispondere in solido per la penalità di 3.000 euro

di Giovanni Parente

Mattarella: "Lotta evasione fiscale centrale nel Pnrr"

4' di lettura

Aprono e chiudono. Fanno poche operazioni. Ma soprattutto spariscono senza versare nulla al Fisco e non lasciando nessun bene per consentirgli eventualmente procedere alla riscossione. La manovra 2023 punta apertamente a dichiarare guerra alle partite Iva “finte” nel senso che vengono create ad arte per effettuare operazioni non lecite. Un tentativo non nuovo, visto che misure simili erano state previste in passato. A questo si aggiunge anche l’obbligo di versare una fiedeiussione triennale di almeno 50mila euro per chi, dopo essere stato colpito da un provvedimento di cessazione, vuole riaprire la partita Iva. Mentre con le modifiche approvate in Parlamento la sanzione aggiuntiva di 3mila euro alla chiusura disposta dal Fisco sarà solo a carico del contribuente e non graverà in solido anche sul professionista che ha presentato la dichiarazione di inizio attività, come era originariamente previsto nel testo del Ddl di Bilancio arrivato all’esame della Camera. Modifiche in arrivo che sono state affrontate anche nell’approfondimento di «Verso Telefisco» dedicato alle novità Iva 2023.

L’analisi di rischio

La stretta sulle partite Iva «apri e chiudi» partirà da analisi di rischio mirate da parte dell’agenzia delle Entrate. La nuova norma parla di «rafforzamento del presidio». Questo perché già adesso l’attribuzione del numero di partita Iva «determina» l’effettuazione di riscontri automatizzati per l’individuazione di elementi di rischio connessi l’eventuale effettuazione di accessi nel luogo di esercizio dell’attività, avvalendosi dei poteri previsti dal medesimo decreto. Secondo la norma attualmente in vigore, gli uffici verificano che i dati forniti da soggetti per la loro identificazione ai fini dell’Iva, siano completi ed esatti. In caso di esito negativo, l’ufficio emana provvedimento di cessazione della partiva Iva e provvede all’esclusione della stessa dalla banca dati dei soggetti passivi che effettuano operazioni intracomunitarie.

Loading...

Il provvedimento di cessazione

In questo impianto si innesta la stretta prevista dalla manovra che, proprio sulla base dell’analisi di rischio, porta a individuare quelle posizioni in “odore” di anomalia. Da qui parte l’invito dell’ufficio delle Entrate che sta procedendo a presentarsi di persona per esibire i documenti contabili obbligatori e ogni altro documento che attesti l'effettivo esercizio di un'attività economica.

In caso di mancata comparizione di persona del contribuente o di esito negativo dei riscontri sui documenti eventualmente esibiti, l’ufficio emana provvedimento di cessazione della partita Iva. Quindi quella posizione viene chiusa d’ufficio.

Sanzione di 3mila euro (ma non sul professionista)

Non c’è solo la cessazione d’ufficio. Viene, infatti, prevista anche una sanzione di 3mila euro. E su questo punto c’è stata molta discussione dopo l’approdo del testo della manovra in Parlamento. Nel testo del Ddl è stata inserita anche una responsabilità solidale del professionista abilitato che ha trasmette la dichiarazione di inizio attività per conto della partita Iva chiusa d’ufficio dal Fisco, agendo con dolo o colpa grave. Una responsabilità che prevedeva come unica via d’uscita l’essere in grado di dimostrare il proprio errore incolpevole, avendo adottato la diligenza connessa al proprio profilo professionale, come ad esempio l'adeguata verifica della clientela. Un peso ulteriore, quindi, per professionisti e intermediari abilitati. Tanto che subito si sono levate le voci per chiedere un dietrofront. Nel chiederne la cancellazione, il presidente dei commercialisti, Elbano de Nuccio, aveva parlato di «ingiustificato aggravio di responsabilità».

L’appello non è caduto nel vuoto. La commissione Bilancio della Camera ha, infatti, approvato emendamenti di ispirazione bipartisan (Fratelli d’Italia con primo firmatario De Bertoldi, Movimento 5 Stelle con primi firmatari rispettivamente Santillo e Raffa), ma anche il Pd aveva formulato una sua proposta (prima firmataria Gribaudo) che prevedeva l’abolizione tout court della sanzione. Correttivi che erano stati salutati positivamente dallo stesso de Nuccio e dal tesoriere del Consiglio nazionale dei commercialisti con delega alla fiscalità, Salvatore Regalbuto, il quale ha precisato che «non può essere accolto il principio della traslazione delle responsabilità in capo ai professionisti per controlli che devono essere svolti dalla Pubblica Amministrazione che dispone di tutti gli strumenti necessari per compiere in modo efficace tali controlli».

Dal presidente di Confprofessioni, Gaetano Stella, arriva la sottolineatura che è «giusto prevenire comportamenti abusivi e frodi fiscali che l'agenzia delle Entrate può e deve verificare in sede di attribuzione della partita Iva, ma il professionista intermediario che invia telematicamente la dichiarazione di inizio attività per conto del contribuente che richiede l'apertura della partita Iva non ha alcuna responsabilità». Per questo, a suo avviso, vanno «nella giusta direzione» gli emendamenti approvati alla legge di bilancio che «rimuovono la responsabilità solidale e le sanzioni a carico del professionista che trasmette la comunicazione».

La fieiussione per riaprire

Ma la stretta sulle partite Iva «apri e chiudi» in manovra si compone anche di un altro tassello e riguarda quei soggetti che, dopo essere stati raggiunti dal provvedimento di cessazione, vogliono riaprire. La partita Iva può essere richiesta dallo stesso soggetto, come imprenditore individuale, lavoratore autonomo o rappresentante legale di società, associazione o ente (con o senza personalità giuridica), costituite successivamente al provvedimento di cessazione della precedente posizione, solo a fronte del rilascio di polizza fideiussoria o fideiussione bancaria per la durata di tre anni dalla data del rilascio e per un importo non inferiore a 50mila euro.

Attenzione, però, perché l’importo può essere anche più alto. In caso di eventuali violazioni fiscali commesse prima del provvedimento di cessazione, come prevede testualmente la norma destinata a entrare in vigore con la manovra dal 1° gennaio 2023, l’importo della fideiussione deve essere pari alle somme, se superiori a 50.000 euro, dovute a seguito di tali violazioni fiscali, «sempreché non sia intervenuto il versamento delle stesse».

Il precedente del 2010

Come anticipato non è la prima volta che le partite Iva «apri e chiudi» sono destinatarie di un intervento legislativo mirato. Già nel 2010, il decreto legge 78 catalizzò l’attenzione sulle imprese che cessano l’attività entro un anno dalla data di inizio. All’epoca fu stabilito che chi presentava questo requisito di “vita fiscale a breve termine” sarebbe stato considerato ai fini della selezione delle posizioni da sottoporre a controllo da parte dell’agenzia delle Entrate, della Guardia di Finanza e dell’Inps. Tutto ciò nella prospettiva di assicurare una vigilanza sistematica sulle situazioni a specifico rischio di evasione e frode fiscale e contributiva.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti