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Stefano Buono: fisico e imprenditore, ecco la nuova sfida di «Mister 3,9 miliardi»

Nella società poi acquisita da Novartis ha fatto tutti gli aumenti di capitale necessari allo sviluppo, diluendo la sua quota finale al 5%

di Paolo Bricco

(GettyImages)

2' di lettura

Due numeri: 3,9 (miliardi) e 200 (milioni). Espressi in dollari. Il primo è il prezzo pagato da Novartis nel 2018 per l’Opa totalitaria su Advanced Accelerator Applications, società specializzata in medicina nucleare, in prodotti diagnostici e in terapie nell’oncologia, nella cardiologia e nella neurologia. Il secondo è quanto incassato da Stefano Buono, che ha fondato AAA nel 2002. Buono - in un panorama italiano in cui il venture capital produce più convegni e slide che non progetti industriali solidi e realizzi finanziari cospicui - rappresenta una mosca bianca.
Non solo per il track-record, che ha il suo elemento principale nello sviluppo di AAA, nella sua quotazione nel 2015 al Nasdaq e nella acquisizione tre anni dopo da parte di Novartis. Ma anche per la sua fisionomia professionale e culturale: è al contempo uno scienziato e un imprenditore, una identità complessa che gli permette di navigare nell'arcipelago dell'innovazione di rottura, poco frequentato dagli industriali italiani, tradizionalmente -almeno negli ultimi trent’anni - più abituati a navigare nei pur importanti mari dell’innovazione marginale.

Dalla maturità scientifica agli studi al Cern

Buono, classe 1966, dopo il diploma di maturità scientifica al Galileo Ferraris di Torino, sua città, si è iscritto alla facoltà di Fisica. La sua tesi di laurea, realizzata al Cern, era su una nuova architettura dei processori usati per gestire i dati degli esprimenti di fisica. Al Cern rimane come scienziato per dieci anni, lavorando a stretto contatto con Carlo Rubbia.

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Buono ha sempre avuto la testa da imprenditore, fin da quando - da studente universitario - aveva organizzato il maggior mercato secondario di libri usati per le scuole superiori di Torino. Ma, a differenza di molti altri imprenditori (soprattutto italiani), non ha mai avuto la smania del controllo: non a caso in AAA ha fatto tutti gli aumenti di capitale necessari allo sviluppo della società, diluendo la sua quota finale al 5% e attribuendo ai dipendenti oltre il 20% del capitale. In AAA, dal 2002 sono entrati a più riprese 210 azionisti: 190 privati, 10 istituzionali e 10 imprese. Un modello di public company che, adesso, Buono vuole replicare con Newcleo.

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